L’AQUILA – Destino ha voluto che la partita decisiva delle indennità di rischio per lo svolgimento della attività ambulatoriale, trasferte e coperture notturne, che oltre 500 medici di continuità assistenziale, ex guardie mediche abruzzesi, sono tenute ora restituire, perché ritenute illegittime, si stia giocando nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus, e con un assessore, Nicolettà Verì, dello stesso partito, la Lega, che ha aperto una drammatica crisi nel centrodestra in Regione.
Una riunione era prevista per martedì in assessorato a Pescara poi non a caso è saltato tutto. Ci si riproverà venerdì prossimo.
Eppure Intesa Sindacale Abruzzo una soluzione da proporre ce l’ha pronta, per evitare che tanti medici, in queste settimane in prima linea a contrastare il dilagare dell’infezione, debbano trovarsi a restituire anche 60 mila euro a testa, dopo che è stato dichiarato definitivamente illegittimo, a seguito di un estenuante contenzioso un’indennità di rischio di 4 euro l’ora, previsto un contratto integrativo regionale del 2006.
Una indennità che una legge regionale, la 14 del 2018 aveva cercato di salvare ma che il Governo nazionale ha poi impugnato davanti alla Corte Costituzionale che ne ha riconosciuto la incostituzionalità nel luglio 2018.
Una indennità che i medici avevano cercato di salvare con ricorsi alla Magistratura del lavoro che ha dato loro ragione ma che i giudici della Corte di Appello di L’Aquila il 20 febbraio , su ricorso delle quattro Asl, ha ribaltato dando torto ai medici. Come spiega ad Abruzzoweb Walter Palumbo, responsabile regionale di Intesa Sindacale Abruzzo “la soluzione c’è, quello che serve è che ci sia la volontà di adottarla, ed evitare un drammatico scenario. Ed è quello di far leva sulla sanatoria che potrebbe essere prevista, in caso di contratti decentrati illegittimi degli enti locali, dal decreto legge 16 del 2014. In questo modo il quantum pregresso, potrebbe essere azzerato, o almeno fortemente ridotto “.
Del resto, ragiona Intesa Sindacale, gioca a favore il fatto che non si determinerebbe un buco nei conti regionali, visto che le somme che i medici dovrebbero restituire non sono state iscritte come debiti fuori bilancio. Cifre che del resto non sono state ancora quantificate, essendo operazione molto complessa, visto che bisogna esaminare caso per caso, e calcolare anche quanti soldi sono stati pagati in tasse su quelle indennità, vari regimi fiscali e un grande numero di variabili.
Un conto che le Asl devono però fare al centesimo, visto che in caso contrario, anche con piccoli scostamenti, saranno inevitabili altri contenziosi davanti alla giustizia amministrativa.
Tutto è partito con una lettera di delucidazione inviata dalla Procura della Corte dei Conti nel giugno 2017 alla Regione Abruzzo, a seguito di una segnalazione di danno erariale da parte della Guardia di Finanza di L’Aquila. La Corte dei Conti metteva in dubbio la legittimità della corresponsione dell’indennità erogata dal 2006 viziata da “un elevato pregiudizio alle pubbliche finanze derivante dalla pregressa e attuale erogazione in favore dei medici di Continuità Assistenziale, in contrasto con l’Accordo Collettivo Nazionale”. La Giunta Regionale, in autotutela, a luglio 2017 dopo un’istruttoria compiuta dal dipartimento per la Salute ed il Welfare, ha disposto la sospensione dell’indennità, dando mandato ai direttori generali delle Asl di attivare le procedure per il recupero delle somme erogate a tutti i medici della continuità assistenziale che le avevano percepite negli ultimi dieci anni. In caso di decesso, a farsi carico della restituzione, dovevano essere gli eredi.
Decisione che ha scatenato l’ira dell’intera categoria.
Decine di medici sono arrivati ad occupare la sede del consiglio regionale, con durisimi faccia a faccia con il presidente della Regione Luciano D’Alfonso. Parallelamentei i medici hanno fatto ricorso alla Magistratura del lavoro ottenendo sentenze favorevoli, in tutti i tribunali abruzzesi. Il consiglio regionale dal canto suo ha approvato a giugno 2018 una legge, votata all’unanimità, a firma dell’allora assessore alla Sanità, Silvio Paolucci e dal consigliere di Forza Italia, Mauro Febbo, oggi assessore, che ha fornito una interpretazione della finalizzazione del compenso aggiuntivo, legata “alle particolari e specifiche condizioni di disagio e difficoltà” in cui venivano rese le prestazioni sanitarie. Al fine di evitare le restituzioni.
La legge però, come aveva pronosticato tra i fischi il presidente D’Alfonso, è stata impugnata dal Governo nazionale, che avuto ragione davanti alla Corte Costituzionale, che ha stabilito a giugno 2019 che non poteva essere la Regione Abruzzo a prevedere il compenso per l’indennità di rischio alle ex guardie mediche, dal momento che si tratta di materia statale, e come tale soggetta alla legislazione nazionale che deve garantire uniformità su tutto il territorio italiano. Esattamente come prevedono gli accordi collettivi.
Mazzata finale la sentenza della Corte di Appello di febbraio che ha confermato l’illegittimità dell’accordo integrativo, dando ragione ai ricorsi delle quattro Asl.
“La questione – chiosa Palumbo – è ora politica: tanti medici non sono semplicemente in grado di restituire decine e decine di migliaia di euro. La palla e’ tornata al centro. Va trovata una soluzione, la sanatoria è possibile”.






