L’AQUILA – Andare in guerra senza l’equipaggiamento indispensabile: nei giorni drammatici di emergenza coronavirus, in buona parte dei nosocomi abruzzesi, medici, infermieri e operatori socio-sanitari eroicamente in trincea denunciano la cornica carenza di dispositivi di protezione individuale, in acronimo dpi, a cominciare dalle mascherine, guanti, gel disinfettante. Come pure in alcuni casi scarseggiano senza di barelle di bio-contenimento per trasferire gli infettati. Stesse denunce da medici famiglia, fornitori esterni di servizi sanitari, e amministrativi.
Carenza che mette a repentaglio lo loro salute, e rischia di favorire la propagazione del virus.
Anche perchè un’ordinanza del presidente della Regione, Marco Marsilio, sull’emergenza coronavirus, dispone che “il personale sanitario venuto in contatto con paziente affetto da Covid 19, asintomatico prosegua la propria attività professionale, previa osservanza di adeguate misure contenimento del contagio e sia sottoposto a sorveglianza sanitaria”.
Il problema, serissimo, è che non sempre le “adeguate misure di contenimento” ci sono.
Ecco perché la tensione comincia a salire alle stelle, e si moltiplicano in queste ore le note di fuoco dei sindacati di categoria, ed interviene anche il capogruppo del Partito Democratico in Regione Silvio Paolucci, ricordando che “il presidente Marsilio è venuto a contatto con il collega Nicola Zingaretti è stato sottoposto a tempone per esempio. Quindi le Asl devono assolutamente procedere ad iniziative a tutela del proprio personale”.
Caso più eclatante negli ospedali della Asl Lanciano-Vasto-Chieti, dove il direttore generale della Asl provinciale chietina, il “tedesco” Thomas Schael, arriva ad appellarsi alle aziende: “vista la difficoltà estrema nell’acquisizione di tali dispositivi, divenuti introvabili anche sul mercato estero, e in attesa che arrivino le forniture da parte della Protezione Civile, la Direzione Asl chiede aiuto alle aziende del territorio per fare fronte alle esigenze di questi giorni e al primo impatto dei casi di Coronavirus negli ospedali della provincia di Chieti”.
Due giorni fa, rispondendo ad alcuni operatori che lamentavano la scarsa dotazione di dpi, ha affermato che “l’azienda aveva provveduto in tempo utile all’acquisto di materiale nelle dovute quantità e sarebbe stato a disposizione di tutti se non fosse stato rubato. Come riportato anche da organi di stampa, intere scatole di presidi di protezione date in dotazione ai reparti sono sparite contestualmente alla diffusione dei primi casi di Coronavirus e, pur avendo l’Azienda provveduto tempestivamente a effettuare nuovi ordini, le forniture sono state dirottate prioritariamente negli ospedali del Nord o addirittura bloccate, come accaduto con quelle richieste all’estero”.
Non si è fatta attendere la furibonda replica della Cgil funzione pubblica: “A prescindere dal fatto che chi compie furti deve essere identificato e punito, Le dobbiamo far presente che il suo modo di rappresentare la situazione generalizzando tutto per giustificare in tal modo la mancanza di dispositivi di protezione individuale in questo momento di emergenza offende il personale sanitario che ogni giorno con abnegazione e sacrificio, nella carenza cronica di personale, permette di affrontare anche questa emergenza. A questo personale Lei dovrebbe chiedere pubblicamente scusa”.
Sulla vicenda va all’attacco Paolucci: “Prendendo spunto dalla nota interna della Asl di Chieti ma riferendomi a tutte le aziende è bene sottolineare che oltre a ricordare al personale i loro doveri, laddove fossero venuti in contatto con pazienti colpiti dal covid-19, le stesse aziende debbano mettere in campo adeguate misure di contenimento del rischio e di adeguata sorveglianza sanitaria per gli operatori e i loro famigliari”.
“Ad esempio c’è un numero sufficiente di dispositivi di protezione individuale? Sono stati limitati gli accessi in Ospedale per i potenziali contatti? Sono state limitate le attività a quelle urgenti? C’e’ una stretta sorveglianza epidemiologica con effettuazione di tamponi laddove necessario? La task force regionale sta dettando e poi verificando che le aziende uniformino protocolli e comportamenti? È chiaro quindi che per evitare che manchi personale come definito nelle linee guida è necessario che il personale asintomatico ma venuto in contatto con pazienti positivi ha il dovere di continuare a prestare il proprio lavoro ma allo stesso tempo ricordo alle direzioni strategiche il loro dovere tra misure di contenimento e sorveglianza”, conclude Paolucci.
Il problema riguarda a Chieti anche le coop e società esterne che offrono servizi ospedalieri.
A lanciare il tal senso l’allarme è il sindacato Usb denuncia che “oss, ausiliari, ma anche il personale di cucina e mensa degli ospedali della provincia si stanno scontrando in queste ore con i loro responsabili di lavoro per la mancata fornitura dei dispositivi di protezione individuale, mancano mascherine e guanti, gli operatori inoltre denunciano la mancanza di un’ adeguata formazione e di direttive chiare, indispensabili ad affrontare l’emergenza”.
Non va meglio nella Asl provinciale dell’Aquila. I sindacati di categoria hanno oggi scritto al direttore generale Roberto Testa, all’assessore regionale alla Salute, Nicolettà Verì, al presidente Marsilio, e a un lungo elenco di case di cura, sollecitando la fornitura di mascherine e guanti, “attese le cogenti disposizioni governative che obbligano a mantenere la sicurezza dei lavoratori nonché degli utenti sul posto di lavoro”.
Denunciando anche che “nella quasi totalità delle Case di cura della provincia di L’Aquila, non sono ancora presenti i presidi necessari ( mascherine a valenza giornaliera, tute occhiali guanti disinfettanti ecc. ), né tantomeno sono state prese misure per attuare corretti provvedimenti tesi a garantire una adeguata tutela della salute/sicurezza dei cittadini e dei lavoratori”.
E ancora: “Dalle denunce pervenuteci da molti – troppi – lavoratori del settore si evidenzia una inadempienza da parte dei datori di lavoro a quelle che sono le direttive ministeriali e regionali, in quanto ad oggi si segnalano casi sospetti non accertati ne denunciati di COVID-19 ricoverati in normali reparti di degenza unitamente alla presenza di altri pazienti, senza regime di isolamento, e si impone al personale di usare inadeguati e improvvisati DPI (monouso ) e per di più per più giorni consecutivi e passandoseli da un operatore all’altro”.
Destinatarie della missiva le case di cura Lorenzo, Cooperativa San Rocco e Kcs Live coop sociale di Avezzano, Nova Salus Trasacco, Ini di Canistro, Immacolata di Celano, San Raffaele di Sulmona, Villa Letizia dell’Aquila e Villa Dorotea di Scoppito, cooperativa Quadrifoglio di Montereale, cooperativa Auxilium di Fontecchio, Il Castello Anversa degli Abruzzi, Pax – Christi di Castel di Sangro, San Stef. Ar. di Sulmona, fondazione Papa Paolo Vi di Raiano.
Proteste a anche a Sulmona, nel cui ospedale le mascherine non bastare nemmeno a medici, infermieri e restante personale in servizio, e anche qui gli operatori ospedalieri sono molto preoccupati, sia per la loro salute sia per quella dei pazienti.
A lanciare un grido d’allarme all’ospedale di Teramo è Giuseppe De Zolt, segretario provinciale NurSind.
“E’ impossibile affrontare questa emergenza con gli organici attuali – tuona De Zolt -, ridotti al minimo e con il personale rimanente che viene costretto a restare in servizio per molte ore, anche oltre l’orario istituzionale, al fine di garantire l’assistenza, esponendosi ancor di più al rischio infettivo. Mancano completamente i DPI in tutti i reparti ed anche nelle terapie intensive dei 4 poli ospedalieri aziendali ci segnalano la carenza di mascherine FFP2 /FFP3 o del gel disinfettante a base alcolica”.
A Pescara denunciano ancora i sindacati, “un uomo ricoverato all’ospedale sostando in tale reparto per diversi giorni) è risultato positivo al Covid 19. La promiscuità e il sovraffollamento in cui versa il reparto, con 16 pazienti nei corridoi, con dispositivi di protezione individuali assenti. Questo modo inadeguato di agire ha favorito il contatto del personale e dei pazienti con conseguente probabile contagio degli stessi e dei loro familiari”. Caso analogo all’ospedale di Atri.






