L’AQUILA – “Quali difensori dei signori Domenico e Cipriano Di Tella lette le comunicazioni della stampa tutta in relazione agli esiti dibattimentali dell’inchiesta denominata “Dirty job” ci preme chiarire alcune vistose imprecisioni propalate nell’immediatezza della conclusione del processo, cui certamente non è estraneo il comunicato prontamente diffuso dalla Procura della Repubblica dell’Aquila”.
Lo scrivono gli avvocati Antonella Pellegrini e Massimo Carosi, a seguito della condanna, arrivata ieri da parte del Tribunale dell’Aquila dei fratelli Domenico e Cipriano Di Tella alla pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione, al pagamento di 18mila euro di multe, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici ed altre pene accessorie. Il padre dei due imputati condannati, accusato degli stessi reati, è morto nel corso del processo.
L’inchiesta risale alle prime fasi della ricostruzione post-sisma, giugno 2014, quando le indagini avrebbero portato alla luce, secondo quanto riferito in una nota dalla Procura dell’Aquila, “un consolidato sistema di sfruttamento di operai per lo più casertani, segnatamente provenienti da Casapesenna, il paese del capo clan Michele Zagaria”.
Gli operai campani, spiega ancora la Procura, “reclutati nei paesi ad alta intensità camorristica tra le persone in maggior stato di bisogno”, sarebbero stati condotti al lavoro nei cantieri della ricostruzione aquilana dove avrebbero operato formalmente sia ditte degli stessi Di Tella che ditte aquilane.
Scrivono dunque in replica i legali dei Di Tella.
“Premesso in linea di principio generale che trattasi d’una pronuncia di primo grado e che la stessa verrà certamente sottoposta ad ulteriori vagli, v’è da osservare che, se la condanna inflitta ai signori Domenico e Cipriano Di Tella è stata certamente severa, essa ha riguardato soltanto le imputazioni di estorsione (art. 629 c.p.), assertivamente perpetrare in danno degli operai”.
Ma sottolineano con forza: “di contro, ciò che il Tribunale ha escluso (pronunciando sentenza di assoluzione, perché il fatto non è previsto dalla legge come reato) sono state proprio quelle imputazioni (due) di sfruttamento delle maestranze alle quali si dà assai spazio, scorrettamente omettendo di riferire che proprio per esse v’è stata pronuncia di assoluzione. Tuttavia, ciò che risulta maggiormente difforme dal vero consiste nella propalazione che l’intera vicenda sia consistita nel tentativo di penetrazione, nella ricostruzione post sisma aquilana, di associazioni criminali ed in particolare del c.d. “Clan dei Casalesi” facente capo al noto Michele Zagaria, tentativo sventato grazie alla vigilanza della Procura Distrettuale Antimafia e degli Organi Investigativi”.
Ebbene, per i legali “tutto ciò non è vero poiché – al contrario – il Tribunale ha escluso l’aggravante prevista attualmente nell’art. 416 bis.1 c.p. (contestata dalla Procura inquirente), cioè a dire il fatto che i reati contestati siano stati commessi “al fine di agevolare” la predetta associazione criminale. In conclusione, senza voler negare che la sentenza del Tribunale aquilano ha riconosciuto (e condannato) i signori Domenico e Cipriano Di Tella per fatti oggettivamente gravi, un corretto esercizio del diritto/dovere di cronaca avrebbe voluto che si specificasse non soltanto che gli stessi sono stati assolti da ogni ipotesi di sfruttamento delle maestranze (oltreché da un ulteriore reato “minore” di natura tributaria), ma che soprattutto non v’è stata nessuna penetrazione di carattere “camorristico” nel tessuto economico-sociale aquilano, per il tramite della famiglia Di Tella. Singolare, dunque, appare che una così tranquillizzante sentenza che sgombra il campo da inquietanti presenze, venga ingannevolmente interpretata al solo fine di enfatizzare l’operato degli Inquirenti (che per la verità nessuno nega), ma che nell’occasione non è stato fatto proprio dal Tribunale”.






