L’AQUILA – “Un tempio dove colonne vive lasciano a volte uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari”.

Con queste immortali parole, della poesia “Corrispondenze”, Charles Baudelaire si riferiva alle foreste. Ma uguali sensazioni si possono provare visitando la basilica di Collemaggio all’Aquila, assieme alla scrittrice aquilana e avvocato in pensione, Maria Grazia Lopardi.

Alla scoperta delle sorprendenti simbologie nascoste nel capolavoro di architettura edificato nel 1288 per volere di Pietro da Morrone, qui incoronato papa con il nome di Celestino V il 29 agosto 1294, dichiarata monumento nazionale nel 1902, dove da 731 anni si celebra la Perdonanza celestiniana, con l’apertura della Porta Santa, attraverso cui, passando sinceramente pentiti, si riceve l’indulgenza da tutti i peccati.

“Collemaggio è come un testo in pietra di antica sapienza, con tanti simboli segreti, anche nei portali, nella facciata. Per non parlare del pavimento, con i suoi simboli geometrici, i più obiettivi nell’interpretazione”, spiega la Lopardi, che recentemente ha tenuto sul tema una conferenza nell’ex convento di San Sebastiano, nella frazione di Corbellino di Fagnano Alto, in provincia dell’Aquila, evento promosso dalla Pro Loco di Fagnano Alto, dove ha ripercorso, nei passaggi salienti, i suoi studi che hanno portato alla pubblicazione dei fortunati libri dedicati al tema “Celestino V e il tesoro dei Templari”, “Notre Dame di Collemaggio” e “I Templari ed il colle magico di Celestino” ed altri testi ancora.

“Nel libro ‘Notre Dame di Collemaggio’, che ho scritto insieme all’architetto di Prato, Gianandrea Capecchi, abbiamo curato le nostre due parti senza consultarci, e c’è stata una sintonia perfetta nell’interpretazioni delle simbologie”, prosegue la Lopardi.

“Simbolici biblici?”, chiede il cronista, “No, innanzitutto pitagorici”, la spiazzante risposta di Lopardi.

Ed eccone una solo parziale carrellata: “troviamo il triangolo con il vertice in alto, che sta per l’elemento fuoco, con il vertice in basso, che è l’elemento acqua, quindi rispettivamente l’elemento attivo e quello ricettivo. Nel pavimento ci sono i due triangoli uniti, per cui si parla di acqua di fuoco, ovvero acqua di luce”.

E ancora le croci come quelle della facciata, le stelle a otto punte e i cerchi per la scrittrice sono tutti simboli con un significato ben preciso, non solo elementi decorativi.

“Per esempio, la stella a otto punte, l’ottagono, è la figura mediana tra il quadrato, che in tutte le tradizioni rappresenta la manifestazione, e il cerchio che rappresenta lo spirito, se vogliamo, la terra e il cielo. È un percorso insomma di elevazione. L’ottagono è un quadrato che si è duplicato, con il secondo quadrato ruotato di 45 gradi; otteniamo la stella a otto punte, simbolo che Maria ha sul suo manto, ma anche di Ishtar, antica divinità mesopotamica associata all’amore e alla fertilità. Se andiamo ad unire i vertici si ottiene un ottagono, che esprime la materia spiritualizzata e dunque la condizione del paradiso terrestre”.

Ricorda del resto la studiosa, “Per quello che riguarda Maria si parla di dormizione, non di morte, come rappresentato in un affresco che è in corrispondenza con questo tratto del pavimento di Collemaggio, in cui si vede il sepolcro vuoto di Maria che con il corpo fisico ascende al Cielo e nella mandorla mistica viene incoronata da Gesù. Quindi l’ottagono, materia spiritualizzata, è la condizione del paradiso terrestre. Anche nel Corano il paradiso terrestre è rappresentato da un ottagono e non a caso nei battisteri c’è spesso la forma ottagonale, anche nelle fonti battesimali, perché appunto si recupera una condizione paradisiaca con il battesimo”.

Quello che insomma viene rappresentato, espresso con figure geometriche nella basilica di Collemaggio, sono “le tappe della vita di Gesù, è un percorso che è un ‘imitatio Christi’: Gesù si è battezzato, ha camminato sulle acque, è morto, è risolto ed è asceso al Cielo, ed è questo il percorso che il candidato deve percorrere, che deve realizzare nella propria vita”.

Ignoto il nome dell’architetto che ha realizzato la basilica di Collemaggio, ma anche qui Lopardi è feconda di rivelazioni: “gli architetti costruttori ci hanno lasciato una firma, su un tombino lungo la navata a sinistra, dove sono rappresentati l’incudine, il maglietto, una squadretta, un compasso e c’era anche una scritta, che è stata però visibilmente scalpellata. Chissà, forse dava fastidio a qualcuno”.

E veniamo alla presunta presenza di simbologie dei Templari, l’ordine monastico-militare fondato nel 1118 a Gerusalemme con lo scopo di proteggere i pellegrini in Terrasanta, protagonista delle Crociate, che acquisì un enorme potere, fino a quando il re di Francia Filippo il Bello, accusandoli di eresia, blasfemia e altri crimini, li perseguitò e li annientò con arresti, torture ed esecuzioni capitali, e soprattutto, questo forse il vero obiettivo, confiscò le loro enormi ricchezze.

“Posso solo dire che ci sono degli indizi, e come giurista li definirei ‘seri e concordanti’, poi ognuno può fare le sue valutazioni, visto che non abbiamo un documento che dice che i templari hanno avuto un ruolo nell’edificazione della basilica. Sappiamo solo che a Collemaggio si è svolto il processo aquilano ad alcuni templari nel 1310, e di questo c’è testimonianza nei verbali custoditi nella Biblioteca vaticana” .

La Lopardi dunque si ricollega ai contatti che Celestino ebbe con i templari.

“Nel secondo concilio di Lione del 1274, Latino Malabranca, che poi sarà il decano dei cardinali elettori di Celestino, avvertì l’amico Pietro del Morrone che c’era il rischio di soppressione degli ordini di recente istituzione, tra cui quelli di stampo eremitico, come quello del nostro eremita, che già ultrasessantenne, con due fratelli, si mise dunque in cammino alla volta di Lione”.

Ebbene, prosegue la scrittrice, “un libro del Settecento, con tanto d’imprimatur della Chiesa, sostiene che Celestino venne ospitato nella magione dei Templari di Lione, dove ora c’è il teatro dei Celestini, un tempo appunto magione templare. La brochure con la storia del teatro parla di tal Pietro del Morrone definito monaco napoletano, perché veniva dal regno di Napoli – in realtà era molisano – che essendo venuto a piedi, estenuato dalla fatica, fu ospitato dai Templari”.

Non solo: “Pietro del Morrone, sulla via del ritorno da Lione, lungo la via Francigena, tra Lucca e Pistoia, venne scortato da un personaggio vestito di bianco, e anche qui, più che una figura angelica, si può ipotizzare fosse un Templare”.

Ancora, “a Lione c’era il Gran Maestro Guillaume de Beaujeu, che fino al 1273, alla morte del precedente Gran Maestro Thomas Bérard, era stato Gran Precettore della provincia Apulia, di cui faceva parte anche l’Abruzzo, ed era cugino di re Carlo d’Angio, già allora devoto di Celestino. Quindi si può ipotizzare che siano stati proprio i Templari, che avevano grandi disponibilità economiche almeno a finanziare la costruzione della basilica di Collemaggio. Si tratta di una ipotesi, perché non ci sono documenti che lo attestato e lo provano”.

E allora si è autorizzati a proseguire la visita, alla ricerca di simboli, di possibili “firme” templari.

“La stessa facciata di croci rosse su sfondo bianco, potrebbe essere letta in tal senso, come pure quel tratto di pavimento con le croci, e l’intero percorso di trasformazione indicato dal pavimento che in quanto tale si può definire alchemico, essendo l’alchimia, la scienza della trasmutazione di un metallo vile in oro…Qui parliamo ovviamente di alchimia spirituale, dell’uomo con le sue pene, pesi e dolori, che poi è il profondo messaggio di Celestino V, del sincero perdono che ci libera dai fardelli dell’anima”, conclude Lopardi. Filippo Tronca