ROMA – Il nuovo Codice degli Appalti finisce nel mirino dei costruttori e dell’Autorità nazionale anticorruzione.
Sia l’Ance sia l’Anac non lesinano critiche e chiedono che vengano apportati dei “correttivi” al testo che dovrà essere approvato entro il 31 marzo.
Diverse “innovazioni” introdotte nel nuovo Codice degli appalti sono “condivisibili”, come ad esempio, il “processo di digitalizzazione delle procedure” ma “per far sì che questi principi siano effettivi e non ripetere gli errori fatti nel Codice 50, occorrono alcuni essenziali correttivi al testo, per eliminare soprattutto le contraddizioni tra i – buoni – principi espressi e talune norme pure presenti nel Codice”, dice la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio, in audizione alla Commissione Ambiente della Camera.
Tra i punti più controversi c’è la reintroduzione del massimo ribasso.
Infatti, circa il principio del risultato, “l’opera pubblica deve essere aggiudicata a chi è in grado di assicurare il miglior rapporto qualità-prezzo. Ma ciò non si concilia con l’avvenuta eliminazione del tetto massimo al punteggio da attribuire al prezzo in sede di offerta economicamente più vantaggiosa” e “così facendo, in aperto contrasto con la disciplina europea per giunta, si reintroduce di fatto il massimo ribasso”, spiega Brancaccio.
Inoltre, il Codice sta optando per “rendere stabili le procedure emergenziali” introdotte con il decreto semplificazione, rendendo possibile utilizzare le procedure ordinarie “solo sopra un milione di euro e solo se tale scelta venga accompagnata da adeguata motivazione”, si tratta però di “una soglia eccessivamente elevata” che “rischia di azzerare il mercato e che è in contraddizione con il principio di concorrenza e trasparenza”, fa notare la presidente dell’Ance. Resta poi ancora “a carico delle imprese il principio di colpevolezza”, sottolinea Brancaccio.
Il nuovo Codice “sconta un errore di metodo, è stato redatto senza un adeguato confronto con chi con questo Codice deve lavorare”, conclude la presidente dell’Ance.
Sempre davanti alla stessa commissione è intervenuto anche il presidente dell’Anac, Giuseppe Busia, illustrando “sette punti” da migliorare.
In particolare, il presidente Anac si è soffermato sull’innalzamento della soglia di 500mila euro per le stazioni appaltanti qualificate (“questo comporta un aumento delle gare approntate da soggetti non qualificati del 65%”), che chiede di riportare a 150.000 euro per la qualificazione; la soppressione del registro Anac dell’in-house, “un vulnus per le imprese e il mercato, una finta semplificazione”; la normativa sul conflitto d’interessi, “è stato introdotto un onere della prova invertito in modo improprio”.
È stata “innalzata la soglia degli affidamenti diretti, che vengono svolti fino a 140.000 euro per servizi e forniture senza neanche fare una ricerca di mercato”.
Inoltre “rafforzare la corretta progettazione è elemento chiave per le amministrazioni per capire l’obiettivo che intendono perseguire, e quindi scegliere il mezzo migliore per raggiungerlo. Nel nuovo Codice c’è una sottovalutazione”, sottolinea Busia. Quanto all’appalto integrato, “in alcuni casi è utile, per gli appalti più complessi. Ma non deve diventare una pratica generale” e “non c’è riduzione di tempi e di costi con l’appalto integrato. Va usato dove serve”, afferma Busia.
Guarda all’aspetto più positivo del Codice l’amministratore delegato di Aspi, Roberto Tomasi.
“Con le innovazioni e le semplificazioni apportate sembra costituire un valido strumento per la realizzazione dei piani di investimento di importanza strategica per il sistema Paese”, dice nel suo intervento.
Sul tema sono intervenuti anche i sindacati: “va escluso il meccanismo di subappalto a cascata”, hanno sottolineato Cgil, Cisl e Uil in una nota.






