L’AQUILA – Lontano dalla retorica del miracolo post-sisma aquilano e dai facili trionfalismi da convegni e kermesse sulla ricostruzione, il borgo medioevale di Castelnuovo, frazione di San Pio delle Camere (L’Aquila), resta tristemente abbandonato, e più o meno come lo ha lasciato la devastazione del terremoto del 6 aprile 2009.

Non un cantiere operoso, non una gru che svetta nel cielo, in quello che è stato glorioso presidio e stazionestazione lungo il tratturo dal Gran Sasso al tavoliere delle Puglie, nel cuore dell’altopiano di Navelli.

Unica eccezione un aggregato alle porte del paese vecchio, dove sono tornate a vivere tre famiglie. 

Per il resto rovi e le erbe infestanti riconquistano i ruderi, a disegnare un terzo paesaggio, per usare la definizione di Gilles Clément, che sopravvive negli interstizi dimenticati o abbandonati dall’uomo, nelle città o nelle campagne.

Lungo il confine labile tra natura e cultura dove, hanno dimostrato i biologi, trova rifugio e si annida una straordinaria biodiverstà. Ed anche un indiscreto fascino, per il sollazzo dei poeti.

Qui sono morti, in quella notte quando il sisma ha devastato il 95 per cento delle abitazioni, la signora Maria Fina Marrone e il marito Emidio Sidoni, emigranti in Svizzera tornati nel loro paese, il figlio Emanuele, artigiano residente a Roma, Refik e Demal, muratori emigrati dalla Macedonia.

Eppure il piano di ricostruzione è stato approvato a marzo 2014, e il cronoprogramma a dir poco ottimistico prevedeva la concusione dei lavori in 6 anni. Il costo complessivo per la ricostruzione del centro storico di Castelnuovo è stato fissato a circa 94,4 milioni di euro, di cui 77,8 milioni destinati alla ricostruzione privata e 16,6 milioni per gli interventi pubblici, relativi alla messa in sicurezza del sottosuolo, alla realizzazione delle nuove reti dei sottoservizi, alla pavimentazione degli spazi urbani, nonché alla ricostruzione di edifici pubblici e della chiesa di San Giovanni Battista.

A complicare le cose la presenza diffusa di cavità sotterranee, che si sviluppano sotto gli edifici, che hanno amplificato l’azione sismica.

E non a caso nel Piano è previsto un intervento di messa in sicurezza del sottosuolo propedeutico all’attuazione degli interventi di ricostruzione.

Dopo tanti anni, a sprofondare nel baratro della rassegnazione, sono però gli abitanti sfollati nel villaggio Map, ai piedi della collina.

Del resto la ricostruzione, come tutte le parole, se ripetuta all’infinito perde di senso.