L’AQUILA – Il Consiglio Superiore di Sanità (Css) ha detto ‘No’ alla libera vendita di cannabis light, perché “non può esserne esclusa la pericolosità”, scatenando reazioni e polemiche, riaprendo l’annoso dibattito sulle droghe leggere e sulla loro legalizzazione.
Il parere, richiesto a febbraio dal segretariato generale del ministero della Salute al Consiglio, potrebbe sconvolgere un mercato in pieno fermento, grazie alla legge 242 del 2 dicembre 2016, “disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, che ha portato all’apertura di centinaia di coltivazioni e “canapa shop” in tutt’Italia, per un giro d’affari che, secondo una stima della Coldiretti, supera i 40 milioni di euro.
“Siamo di fronte a un problema politico, non medico, sfruttando il ‘Cavallo di Troia’ dell’utilizzo di questa sostanza come farmaco, in realtà si intende legalizzare una droga leggera, i cui effetti non sono stati ancora verificati”, così ad AbruzzoWeb il neurologo aquilano, Carmine Marini, responsabile dell’Unità operativa semplice dipartimentale di Neurologia e Stroke Unit dell’ospedale del capoluogo.
Nessuna dichiarazione, invece, da parte di Silvia Di Pompeo, titolare del negozio “Zero sei collection” dell’Aquila, e dall’Enecta cbd store di Pescara, il cui socio fondatore è Marco Cappiello, che preferiscono aspettare la decisione del Ministro per commentare il parere del Css e “solo dopo aver parlato con l’Azienda produttrice”.
Al Css sono stati posti due quesiti: se le infiorescenze di cannabis light debbano essere considerate pericolosi per la salute e se possano essere messe in commercio stabilendo anche a quali condizioni.
Il Consiglio ritiene che “la biodisponibilità del Thc, Delta-9-tetraidrocannabinolo, anche a basse concentrazioni (sono di 0,2%-0,6%, le percentuali consentite dalla legge) non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine”.
Marini a questo aggiunge che “gli effetti legati all’uso della cannabis si conoscono in maniera superficiale, non ci sono studi particolarmente approfonditi sui singoli componenti, perché l’esperienza viene da un abuso, non da un uso scientificamente verificato e controllato. Ci sono solo alcuni casi pubblicati che riguardano l’accumulo di questi composti nel tessuto adiposo, che potrebbe dar luogo a complicanze a lungo termine, si pensa addirittura ai tumori. Essendo conseguenze dirette del Thc, non ha importanza che sia light o no, i rischi sono gli stessi”.
Per il neurologo aquilano “il problema grande è che si fa di un farmaco, o comunque di quello che dovrebbe essere utilizzato come un farmaco, un problema politico”.
L’iter per la messa in commercio degli stessi, infatti, è complesso. “I farmaci devono essere sperimentati sulla base di protocolli che sono stati già stabiliti 50 anni fa, accettati e fatti propri dall’Ema, ovvero la l’agenzia comunitaria dell’Unione europea per la valutazione dei medicinali e dall’Aifa, circa 30 anni fa, questo prevede una sperimentazione nell’ambito di studi controllati, sui quali si verifica l’efficacia”, spiega Marini.
Ma i controlli non finiscono qui, “anche dopo che c’è stata l’emissione in commercio, si può ulteriormente verificare la loro sicurezza grazie a protocolli di farmacovigilanza – sottolinea – Sulla cannabis non sono mai state fatte delle sperimentazioni cliniche controllate, perché i farmacologi non hanno mai trovato nel Thc delle dimostrazioni di efficacia tali da renderlo competitivo rispetto ad altri farmaci che sono già disponibili. Per esempio la morfina, che è molto più pericolosa del Thc, è sempre stata utilizzata, ma la sua efficacia non è discutibile, perché ampliamente dimostrata”.
Per la Sclerosi Multipla, poi, esiste un farmaco con estratti di Thc, “il Sativex, viene utilizzato per il trattamento della Sclerosi, anche se non funziona tanto bene, ma in alcuni casi, circa un terzo dei pazienti, trovano giovamento dall’uso del Thc, che è fornito dal sistema sanitario nazionale – conclude Marini – Quindi in parte già viene utilizzato questo principio attivo, renderlo ‘light’, poi, resta un problema politico”.
IlCss, in merito al secondo quesito sul quale è stato chiamato ad esprimersi ritiene che “tra le finalità della coltivazione della canapa industriale non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico; pertanto la vendita dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di ‘cannabis’ o ‘cannabis light’ o ‘cannabis leggera’, in forza del parere espresso sulla loro pericolosità, qualunque ne sia il contenuto di Thc, pone certamente motivo di preoccupazione”.
Posizione opposta quella dei tanti che hanno deciso di investire in questo settore, che sostengono una lunga serie di benefici e potenzialità della cannabis, a patto che venga impiegata in dosi terapeutiche. Secondo quanto riporta Greenme.it, “l’ultima conferma sulle proprietà antitumorali della cannabis arriva dall’Fda, Food and Drug Administration, che ha ammesso che alcune sostanze derivanti dalla cannabis sarebbero in grado di contrastare le forme più gravi di cancro al cervello, addirittura riducendo le dimensioni dei tumori. Tali sostanze faciliterebbero l’azione della radioterapia sulle cellule tumorali, anche se l’Fda non ha ancora dato il via libera alla cannabis. Non ha ancora riconosciuto la pianta di marijuana come una vera e propria medicina”.
“La cannabis, poi, potrebbe avere un effetto anti-psicotico. Il team di esperti ha pensato di realizzare un trattamento che possa essere utilizzato per curare la psicosi e malattie correlate, come la schizofrenia. Nel Regno Unito si sta svolgendo uno studio in doppio cieco in proposito”.
Secondo alcune ricerche condotte negli ultimi anni presso la Haifa University, in Israele, “la cannabis ad uso terapeutico avrebbe la capacità di alleviare i sintomi dello stress post-traumatico. I cannabinoidi, il composto attivo della cannabis, sarebbero infatti in grado di bloccare il senso di ansia causato da episodi traumatici se assunti entro 24 dal verificarsi dell’episodio stressante. Secondo gli esperti, la marijuana non cancella l’episodio traumatico, ma previene lo sviluppo dei sintomi legati allo stress post-traumatico”.
Una ricerca condotta dagli esperti dell’Università di Tel Aviv, invece, ha evidenziato che “basse dosi di Thc potrebbero proteggere il nostro cervello da gravi danni neurologici e da deficit cognitivi. La ricerca mostra come si possano sfruttare dosi molto basse del principio attivo, inferiori da mille a 10 mila volte rispetto alle quantità presenti in uno spinello, per la protezione del cervello ed al fine di preservare le funzioni cognitive nel corso del tempo”.
Un parere che avrà effetti su un mercato in pieno boom, visto che la cannabis light ha fatto aprire centinaia di punti vendita in tutta Italia.
Coldiretti segnala ricadute per chi ha intrapreso la coltivazione, perché in Italia, nel giro di cinque anni, sono aumentati di dieci volte i terreni coltivati a cannabis sativa.
“Ora occorre fare chiarezza per tutelare i cittadini e le centinaia di aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa”, questa la posizione di Coldiretti.
Nonostante in Italia la cannabis ricreativa non sia legale, durante lo scorso anno la versione light ha fatto registrare un vero e proprio boom. Dal centinaio di punti vendita registrati nel 2005, il mercato ha subito un cambiamento complessivo e allo “sballo” si stanno sostituendo i prodotti per la coltivazione, il tessile e l’alimentare.
Secondo dati dell’Istat relativi al 2015: “Ci sarebbero oltre 4 milioni di consumatori in Italia” e per questo una regolarizzazione del settore “era necessaria”. “Sono i negozianti stessi a chiedere leggi precise e chiare sui prodotti da commercializzare, meno bufale e fake news sul mondo della canapa e la possibilità di lavorare senza pregiudizi. In molti paesi nel mondo l’hanno capito, auspico che anche la politica italiana sappia dare una risposta adeguata in tempi brevi”, si legge nello studio.
Quali sono i prodotti più richiesti e venduti negli shop italiani?
“Al primo posto ci sono i semi di cannabis, che in Italia vengono commercializzati per i collezionisti. Basti pensare che tra le tre principali varietà e incroci (Sativa, Indica e Ruderalis) esistono almeno 300 varianti. Al secondo posto la cannabis light, le infiorescenze di canapa a contenuto legale di Thc. Al terzo posto gli articoli per la coltivazione e il giardinaggio, dalle lampade ai fertilizzanti, dalle serre domestiche ai manuali”, il tutto per un giro da oltre 40 milioni di euro.
Il 2018 per il mondo della Cannabis sembrava essersi aperto come un anno molto importante. “Aumentano le persone intenzionate a coltivare, realizzare Infiorescenze, prodotti legati al Food, crescono le aziende agricole ed il comparto Cannabis in Italia si costituisce sempre più come un settore economico in crescita”, secondo Confagricoltura, poi, “nel 2017 sono stati coltivati 3 mila ettari, un numero destinato ad aumentare in maniera esponenziale”.






