ROMA – La popolazione italiana continua a diminuire, con le conseguenze immediate che si fanno sentire sulla forza lavoro necessaria ad alimentare la macchina produttiva e, inevitabilmente, anche sulla performance dell’economia. In più molti dei nostri giovani se ne vanno all’estero in cerca condizioni di lavoro migliori.

È per questo che il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, al suo esordio davanti alla platea della riunione annuale a Palazzo Koch, ha individuato come possibile contributo per rimpolpare le fila degli occupati in Italia l’idea di puntare sugli immigrati, i cui flussi, dice, vanno gestiti a livello europeo.

“Ci vogliono più immigrati ma regolari” gli ha fatto eco il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini secondo il quale “il problema è che sono arrivati decine di migliaia di migranti irregolari”.

Tra le fila dell’ opposizione, invece, Andrea Orlando del Pd sostiene che “è un po’ la scoperta dell’acqua calda, è chiaro che noi abbiamo un trend demografico il quale non basta a mantenere né la nostra capacità produttiva, né il nostro sistema previdenziale”.

A sostegno della sua tesi Panetta ha fatto propri una serie di dati dell’Istat che vedono, da qui al 2040, il numero di persone in età lavorativa diminuire di 5,4 milioni di unità, malgrado un afflusso dall’estero di 170.000 persone l’anno. Una contrazione che si tradurrebbe “in un calo del Pil del 13%”.

La diminuzione, secondo i dati di Bankitalia, “sarebbe in parte attenuata se il saldo migratorio netto con l’estero rimanesse in linea con quanto osservato nell’ultimo biennio (267.000 persone all’anno)”.

La partecipazione al mercato del lavoro, attualmente al 66,7%, resta di 8 punti percentuali inferiore alla media di Eurolandia. E se il divario non è ampio per gli uomini, la situazione si fa più complessa per giovani e donne per i quali il divario sale a 13 punti percentuali. Sono proprio queste le due categorie che destano la maggior preoccupazione del governatore, soprattutto per il fatto che tra i giovani, in particolare quelli laureati, c’è una generale tendenza a preferire l’estero per trovare lavoro.

Tra il 2008 e il 2022 ne sono emigrati 525.000 e “solo un terzo di essi è tornato in Italia”, di fatto depauperando la struttura economia del paese. Ma sembrano scelte giustificate anche dall’andamento dei salari visto che “i redditi orari dei lavoratori dipendenti – ha spiegato – sono oggi inferiori a quelli di Francia e Germania” mentre il reddito reale disponibile pro capite delle famiglie è fermo al 2000″.

Oltre al nodo giovani, c’è poi quello dell’occupazione femminile, ferma al 52,5% complice il fatto che per le donne conciliare lavoro e famiglia resta tutt’oggi complicato. Concorda con Panetta il presidente di Confindustria che rimarca “l’esigenza di avere persone che mancano” nelle aziende e capitale umano formato” per farle crescere.

Altro elemento da tenere sotto osservazione sarà l’Intelligenza artificiale che, secondo il governatore, “avrà un impatto per due lavoratori italiani su tre”, circa 17 milioni di persone, con effetti positivi su produttività e opportunità di lavoro, ma con il rischio che invece per una minoranza di loro le occasioni di impiego si riducano.

“Decisi aumenti dei tassi di occupazione – fino ai livelli medi dell’area dell’euro – potrebbero arrivare a controbilanciare gli effetti del calo demografico” osserva Panetta secondo il quale “è inoltre possibile che un sostegno all’occupazione derivi da un flusso di immigrati regolari superiore a quello ipotizzato dall’Istat”.

Ma il flusso andrà gestito “in coordinamento con gli altri paesi europei” e si dovranno rafforzare le misure di integrazione dei cittadini stranieri. Tutto ciò premesso, ci tiene a specificare Panetta, “è chiaro che anche con maggiore occupazione e maggiori flussi migratori l’apporto del lavoro alla crescita dell’economia non potrà che essere modesto. Solo la produttività potrà assicurare sviluppo, lavoro e redditi più elevati”.