L’AQUILA – Un doveroso e ritardatario omaggio a un grande allenatore aquilano, Guido Attardi, per gli amici “Guiduccio”, scomparso nel 2002, ma anche un modo per togliere la polvere alla tradizione calcistica aquilana e rilanciarla specialmente tra i giovani, lanciando una campagna di recupero di una memoria storica che negli ultimi anni, complici due fallimenti societari, si è andata perdendo.
Queste le due direttrici del primo memorial intitolato al tecnico aquilano che L’Aquila Calcio ha organizzato per oggi, articolato in due momenti.
In mattinata, alle 11, ci sarà l’incontro pubblico “Ricordiamo Guido”, con la partecipazione di storici calciatori, tecnici e giornalisti rossoblù e un videomessaggio del più brillante prodotto sul campo di Attardi, il campione del mondo Luca Toni, oggi centravanti della Juventus.
Nel pomeriggio, dalle 15 le parole e i ricordi lasceranno spazio al calcio giocato, con l’amichevole tra la prima squadra rossoblù e la Lodigiani.
Lo storico sodalizio romano, scomparso cambiando nome in Cisco e Atletico Roma, è rinato dalle sue stesse ceneri e oggi disputa il campionato di Promozione laziale. Attardi l’ha allenata per anni, la Lodigiani, in due momenti, e nella sua epoca più gloriosa, quella della serie C, rilanciando verso il grande calcio il giovane Toni, poi finito in Nazionale.
Alla vigilia dell’evento, a tratteggiare un ritratto affettuoso e sincero di “Guiduccio” è il figlio, Alfonso Attardi, che ha in qualche modo ereditato la passione per il calcio, visto che da anni lavora come dirigente sportivo aquilano. “Non un lavoro ma un hobby”, precisa, ma sempre con tanta passione. La stessa del padre.
L’Aquila finalmente si ricorda di Guido Attardi, ma per te questo evento vale ancora di più.
Al di là del ricordo di mio padre, che fa piacere, mi auguro che questo appuntamento cominci a far rinvigorire, a far coltivare la tradizione calcistica aquilana, che pure c’è, ma sulla quale, a differenza che nel rugby, non si è mai puntato molto. L’Aquila Calcio ha una storia, ed è anche corposa, ma manca quel substrato di memoria storica che altre società e altri sport valorizzano molto. Ogni anno dovrebbe esserci un evento del genere, non solo per Guido Attardi ma per tutti gli storici protagonisti rossoblù.
Un evento per rilanciare la tradizione aquilana, ma anche per ricordare un grande allenatore.
Per fortuna viene ricordato bene in campo nazionale al di là di quanto fatto qui, nella sua città d’origine. Quando si frequenta per quarant’anni il mondo del calcio, che alla fine è un ambiente piccolissimo, si incontrano tutti. Per esempio, lui fece un corso da allenatore con Arrigo Sacchi, poi c’è Toni che lo cita a ogni intervista e farà anche un videomessaggio. Ma in quella Lodigiani, assieme a lui c’erano anche altri calciatori che poi sono arrivati in alto.
Hai un aneddoto in particolare su di lui?
Mi diceva sempre che la cosa più bella di questo mestiere, di questo mestieraccio, non è la vittoria ma il rapporto umano con gli “allievi”. Lui vedeva il rapporto allenatore-calciatore proprio come fosse un rapporto maestro-studente, forse è anche per questo che chiunque incontro me ne parla bene.
Con L’Aquila Calcio da tecnico ha sempre avuto un rapporto controverso.
All’Aquila è stato due volte ed è stato cacciato in entrambi i casi. Mi diceva sempre, però, che gli sarebbe piaciuto chiudere la carriera in rossoblù, magari non necessariamente come uomo di campo, ma anche come direttore tecnico. Purtroppo non ha fatto a tempo.
Non è stato profeta in patria, ma questo non gli ha impedito di avere una lunghissima carriera.
Dal 1971 al 2000 ha svolto questo mestiere come un vero “impiegato” del pallone, cominciando sempre la stagione. Non che non sia stato mai esonerato, ma l’estate successiva aveva sempre una squadra, non è rimasto mai al palo.
Una continuità che ha influenzato anche te, visto che poi hai deciso di lavorare nel calcio.
Per me è sempre stato un hobby, diciamo che dentro casa di professionista del pallone ne bastava uno. Mi ha contagiato la sua passione calcistica ma non è mai stato un mio obiettivo professionale.
Lui come la vedeva questa passione trasmessa in eredità?
So che era contento, anche se non mi dava consigli particolari. Però si fidava, per esempio quando mi chiedeva di andare in trasferta a visionare qualche giocatore.
Qual è la dote più importante per un tecnico che tuo padre aveva?
Un ottimismo incredibile. Ricordo certe domeniche, la sera, dopo una sconfitta. Gli vedevo uno scoramento terribile sul volto, e mi diceva: questo è l’ultimo anno, poi smetto. Ma il lunedì mattina era un’altra persona, pronto a ripartire. Un ottimismo folle, anche perché l’allenatore è il capro espiatorio come si sa. Ho sempre pensato che per essere così ci voglia una grande forza caratteriale. Altrimenti molli.






