L’AQUILA – Viene considerato un “samaritano” Gamal Bouchaib, immigrato fortunato dell’Aquila, membro del comitato dell’Islam italiano al Viminale e presidente della Consulta degli immigrati della provincia dell’Aquila.
Nato a Rabat, la capitale del Marocco, nel 1975, dove si è laureato in Scienze economiche, nel ’96 ha vinto una borsa di studio per studiare a Strasburgo, città in cui ha vissuto per sei mesi. Nel 1997 è arrivato all’Aquila: poteva scegliere tra il capoluogo, Brescia e Lecce, ma il suo pensiero è stato “in media stat virtus”, così ha deciso di venire qui a studiare Scienze psicologiche applicate.
“Ho lavorato per 11 anni come barista – ricorda Bouchaib ad AbruzzoWeb – ho imparato a parlare bene l’italiano e altrettanto bene l’aquilano, avrei continuato a fare quel lavoro se non mi avessero chiamato dal carcere di Preturo, le Costarelle, per lavorare con gli immigrati”.
Il centro polivalente provinciale, di cui è responsabile, si trova in viale della Croce Rossa: una grande casa dove ci sono molti pc, tavoli lunghi dove tanti ragazzi sono seduti intorno a chiacchierare. Le altre stanze sono chiuse, ma il vociare si sente da dietro le porte. Ovunque c’è colore e non manca mai un sorriso.
Intervistato da AbruzzoWeb, Gamal parla della convivenza non sempre facile tra aquilani e immigrati. Si lamenta per uno scarso aiuto istituzionale, un esempio per tutti, in questura non ci sono mediatori culturali, ricorda il post-terremoto di integrazione “forzata” e la bella storia della tenda-moschea accanto alla nuova basilica di San Bernardino che è finita sulla stampa nazionale. Non esclusi, infine, sviluppi futuri per le prossime elezioni, una lista tutta di stranieri per contare di più come rappresentanza-
Adesso lei è responsabile del centro polivalente provinciale, cosa si propone di fare questo centro e quali attività porta avanti?
Sono diventato responsabile dal 2008, da allora sono stati fatti passi da gigante e a oggi abbiamo circa 300 iscritti. Qui si riuniscono sette associazioni, facciamo corsi di italiano e di grammatica italiana, abbiamo quattro computer dove gli immigrati si possono collegare con Skype e parlare con i loro cari rimasti in patria, teniamo corsi per l’inserimento degli immigrati nel sociale, abbiamo organizzato numerose gite, l’ultima per le badanti, soprattutto dell’europa dell’Est. Nell’associazione c’è una psicologa che si occupa delle violenze subìte dagli extracomunitari e abbiamo fatto sei workshop per insegnare loro come aprire nuove aziende ottenendo fondi dalle istituzioni. Vogliamo dare loro tutte le possibilità di sviluppo e di integrazione.
Parliamo di un argomento delicato. Secondo lei sono più le aggressioni degli extracomunitari nei confronti di altri extracomunitari, o di extracomunitari contro aquilani?
L’aggressione è aggressione e basta. Potrei andare a oltranza dicendo che chi aggredisce o è pazzo o ha tanta fame. Quando un immigrato ruba, nella maggior parte dei casi è per fame e viene spinto a farlo per un senso di inadeguatezza. Non li giustifico assolutamente, voglio solo sottolineare che il reato non ha colore di pelle, ma spesso viene commesso per camuffare il disagio sociale che non risparmia nessuno. Gli immigrati vivono nella microcriminalità perché vedono la città che li ospita ignorarli quotidianamente, e sopravvivono in assenza di politiche sociali che li tutelino.
L’Aquila in che modo aiuta gli immigrati?
In questura non c’è neanche un mediatore culturale! A Teramo ce ne sono sette, qua nessuno, e spesso devo intervenire io perché il personale li manda via senza neanche cercare di capire di cosa hanno bisogno. Non abbiamo neanche un centro di seconda accoglienza. In questi giorni è arrivato un ragazzo tunisino che non sa dove andare, io chiamo i miei amici per chiedere se si possono appoggiare da loro, ma le risorse finiscono in fretta, soprattutto se non c’è un’istituzione che li aiuta. Era stato proposto un edificio sopra via XX Settembre, nonostante le nostre sollecitazioni non ci hanno fatto sapere più niente. Avevamo ottenuto anche i fondi, ma il Comune ha rifiutato.
A oggi, dove trovano accoglienza queste persone?
Da nessuna parte, dormono nelle case abbandonate o da persone che li ospitano per qualche giorno, fino a quando possono. E io mi chiedo: “Dove sono le politiche sociali in tutto questo?”. Questo problema deve essere risolto o succederà come Roma, ci sarà la ghettizzazione. Arriveranno tanti altri immigrati, si pensi che ora il 13 per cento delle aziende sono gestite da albanesi e macedoni, l’Ance (Associazione nazionale costruttori edili, ndr) stima che arriveremo a 15 mila, ma a noi ne bastano 5 mila per andare completamente falliti.
Come hanno vissuto gli immigrati il terremoto del 6 aprile 2009?
Come ha subìto il terremoto l’aquilano così l’ha vissuto anche l’extracomunitario, la scossa non ha guardato in faccia nessuno e ha ridotto tutte le persone a senzatetto. Nelle tendopoli, nelle mense, si sono ritrovati tutti insieme, tutti nella stessa situazione e tutti senza una casa dove ripararsi dal freddo. Da questa sciagura abbiamo imparato che qualcuno muore, ma chi sopravvive deve rinascere e in una realtà come la nostra o si è concorrenziali o si rimane schiacciati.
L’Aquila e gli aquilani sono convinti che possono e devono vivere da soli, al contrario l’immigrato è camaleontico, è abituato a muoversi e ad adattarsi alla situazione nella quale vive, perché se qualcosa va male sa che può andare da qualche altra parte.
Quest’anno per il mese di agosto, che è stato il mese del ramadan, avete aperto una sorta di moschea in una tensostruttura. Cosa rappresenta questa tenda che è stata per un po’ a Piazza d’Armi, accanto alla Basilica di San Bernardino, voluta da lei insieme a padre Quirino Salomone?
Dopo il terremoto io e padre Quirino abbiamo avuto quest’idea, volevamo sensibilizzare l’aquilano alla scoperta dell’altro, era un periodo dove si litigava e si discuteva molto, anche tra aquilani c’era l’intolleranza forzata dalla disgrazia; il nostro voleva essere un messaggio. Questo gesto non è mai stato fatto in Italia. Anche nel nuovo centro interculturale abbiamo voluto trasmettere questo significato, nel giorno del’inaugurazione padre Quirino ha tagliato il nastro e ci ha regalato il tappeto dove ora pregano tutti.
Questa “integrazione” ha fatto il giro del mondo con una storia molto divertente ma significativa. L’imam della nostra moschea vive in un Map a Ofena con un cristiano. Hanno un monolocale, dividono ogni spazio in totale armonia. E quando l’imam deve pregare, l’amico esce e si va a fare una passeggiata. È tutta questione di rispetto, e loro si voglio tantissimo bene.
Le elezioni del 2012 si avvicinano e già c’è un brullicare di voci al riguardo. Cosa avete intenzione di fare? Pensate di proporre una vostra lista?
Come già detto, il centro polivalente è composto da sette associazioni, ognuna ha un proprio scopo e un proprio pensiero, insieme stiamo pensando di fare una lista nostra. A gennaio ci saranno le consultazioni sul da farsi e a febbraio decideremo la persona che ci rappresenterà con il proprio programma. Non saremo né di destra, né di centro né di sinistra, saremo noi e basta. Nel 2007, mille extracomunitari hanno votato per eleggere il sindaco dell’Aquila e guarda cosa hanno avuto in cambio: niente.
Non è il primo anno che vi candidate, com’è andata l’esperienza scorsa?
Ci siamo candidati cinque anni fa, nel 2007 per le elezioni comunali. La nostra lista si chiamava “Insieme per un futuro in comune” e non abbiamo vinto per un errore quantomai anomalo. Si doveva votare sia la lista che la persona, la nostra lista ottenne 46 voti e io, personalmente, 29 voti. Me la sono battuta, non ho vinto perché il mio “rivale” aveva avuto 41 voti in lista e 17 alla persona, perciò dopo aver fatto la somma, ovviamente ha vinto lui. Non penso che questa sia democrazia, in una democrazia o si vota la lista o si vota la persona, questo che abbiamo noi è un modo di eleggere subdolo perché non è lineare e crea solo confusione.
Molto spesso l’immigrato in terra straniera ha bisogno della sua religione e della sua cultura per sentirsi “a casa”. Ma casa non è e spesso si spezzano equilibri già molto precari. Dove finisce il rispetto del culto religioso e inizia il rispetto per le leggi?
L’islam è un viaggio insolito per l’Italia. È una cultura “selvaggia” perché ancora non ottiene nessuna attenzione da parte della politica. Nel 2001, in Italia, i luoghi di culto per gli immigrati erano 300, oggi la commissione parlamentare ne ha attestati ben 900. Ma quello che ancora non si capisce è che in una democrazia non può esistere uno Stato sotto un altro Stato, né una cultura sotto un’altra cultura. Per loro non esiste solo il lavoro, ma anche il rispetto della loro religione e dei costumi che, a volte, cozzano con la costituzione dello Stato che li ospita. Le battaglie, purtroppo, non si vinceranno in quest’epoca storica perché le proposte di legge ci sono, quella per eliminare il burqa, per esempio, ma ancora nessuno le fa davvero valere.
A suo parere dove risiede il reale problema di questa situazione e quale soluzione si può proporre?
Ritengo ci sia un problema profondissimo in tutti noi. È il senso di identità territoriale, al quale diamo purtroppo poco senso. Mio padre ha sempre vissuto in Marocco e lì era un capo tribù. Io ogni tanto gli chiedevo un soldo e lui mi diceva sempre che me l’avrebbe dato solo se avessi passato la scopa sul pavimento, o fatto qualche commissione per lui. Un bel giorno mi sono lamentato e gli ho chiesto il perché di questo atteggiamento. E lui mi ha detto che solo capendo il valore delle cose avrei capito cos’è e quanto vale il bene pubblico.
John Fitzgerald Kennedy una volta disse: “Le diversità sono diversità e non si possono cancellare, diamogli almeno un porto sicuro”. L’amministrazione comunale aquilana ha da sempre fatto il confronto con i comuni della Marsica o della costa, ma ha sempre dimenticato le peculiarità del proprio territorio e non le ha mai sfruttate a dovere. L’aquilanità la dobbiamo cercare nel buio, non nella luce.



