L’AQUILA – “È pedofilia, non prostituzione minorile”.

Fa discutere l’Italia intera il caso delle ragazzine che si prostituivano ai Parioli, caso che ha coinvolto, tra gli altri, anche Nunzio Pizzacalla, militare originario di Scanno (L’Aquila) e anche clienti aquilani.

Ogni giorni un nuovo, durissimo particolare va ad aggiornare una vicenda già di per sé molto triste che ha tirato dentro la partecipazione di tanti adulti fin dentro le stanze della politica romana e del Vaticano, come emerso dall’analisi dei tabulati telefonici delle due minorenni.

Ma per il giornalista e scrittore Federico Tulli, autore di diverse inchieste tra cui quella finita nel libro Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (edizioni L’Asino d’Oro, 2010), “tutto questo è, semplicemente, drammaticamente, pedofilia. Aspettiamo la fine delle indagini – commenta Tulli ad AbruzzoWeb – ma per me il quadro è chiaro, di mezzo ci sono ragazzine in età preadolescenziale che fanno sesso con uomini adulti, molto più grandi di loro. Siamo molto dentro il capitolo pedofilia, non sono rapporti paritari, a 14 anni l’identità a livello biologico non è formata del tutto, si è in un momento di completamento dello sviluppo. Gli adulti che le pagavano per le prestazioni sessuali vengono chiamati clienti ma per me, per i miei studi, per la mia esperienza con le inchieste, sono pedofili”.

Dunque un errore di valutazione, secondo Tulli dovuto a diversi fattori che convergono in una considerazione sbagliata del pedofilo, “che è un particolare tipo di criminale che organizza la propria esistenza nella ricerca delle ‘prede’, quindi si trova a fare determinate professioni non a caso. Molti pedofili sono maestri d’asilo, allenatori sportivi, li ritroviamo spesso in professioni in cui si entra a contatto facilmente con i minori, comprese quelle ecclesiastiche”.

Questione di fiducia, di ‘raggiro’ fatto passare per sana complicità.

“Prima di arrivare alla violenza fisica – spiega Tulli – il pedofilo deve acquisire fiducia da parte della vittima. Si sviluppa così un certo tipo di rapporto, in diversi casi si arriva a sostituire la figura del genitore, spesso latente, in pratica ci si inserisce in quei contesti familiari complicati, difficili. Questa è una caratteristica molto comune, soprattutto anche tra i sacerdoti coinvolti. Per loro, è ovvio, c’è un’aggravante morale, ma non solo. Il ruolo che assumono è chiarissimo anche se se ne rendono conto in pochi vengono chiamati ‘padri’. E una volta scoperti, durante i processi viene fuori che alle spalle hanno lunghe storie di pedofilia, tanto che per agire più indisturbati a un certo punto della propria vita sono dovuti entrare in seminario”.

“Ma la stessa tecnica viene utilizzata anche da altri – precisa il giornalista – e non possiamo non sottolineare che gran parte degli episodi avviene in famiglia, o comunque c’è uno sviluppo in ambienti familiari malati. Spesso sono i genitori a spingere consapevolmente il bimbo nelle mani del carnefice, che può essere un parente stretto, un amico, un allenatore, un prete”.

Tulli poi tira fuori un report di Telefono Azzurro del 2010 che “chiarisce quanto sia difficile considerare la pedofilia anche quando, mediaticamente e per l’opinione pubblica sembra non esserci. Per Telefono Azzurro la pedofilia in certi casi è come se venisse annullata, nel senso che esiste ma non se ne parla specie quando avviene in famiglia”.

Dal punto di vista psichiatrico, “il pedofilo è oggettivamente una persona con molti problemi, ma possiede anche una lucidità estrema che gli permette di agire in un modo che non rientra nei canoni dell’orco riconoscibile fin da subito. In realtà basterebbe anche un briciolo di sensibilità nei confronti dei propri figli per tenerli alla larga da certi personaggi, da un certo tipo di attenzioni che il pedofilo ancora ‘buio’ comincia ad esternare”.

Non si scappa. Per Tulli la salvezza dai pedofili comincia in famiglia.

“Per quello che ho avuto modo di verificare con le mie inchieste, la presenza affettiva e fisica dei genitori è troppo importante, perché fa capire al bambino che in famiglia c’è protezione, c’è tutela. In quel caso il pedofilo parte con un handicap, sa che dovrà affrontare figure di riferimento impossibili da sostituire, per cui la potenziale vittima non andrà a cercarsele al di fuori del contesto familiare”.

“Però gli psicologi e gli psichiatri, i medici, insomma, chi grazie agli strumenti professionali di cui dispone deve cercare di cogliere elementi ‘strani’ nei pazienti, perché il pedofilo non ritiene di dover essere curato, quindi non chiede consigli, né consulenze. Purtroppo, raramente ci si accorge di un pedofilo prima che questo agisca, rovinando spesso per sempre la vita di chi è più piccolo”.