L’AQUILA – Seconda puntata dedicata agli emigranti abruzzesi negli Usa. Oggi è la volta di Andrea Ciocca, che dall’Aquila agli States è volato in un istante.
Stanco delle abitudini, desideroso di dare una svolta alla sua vita, Andrea ha preso armi e bagagli ed è sbarcato in America. Adesso vive a Los Angeles, California, e dopo tanti lavori e dopo aver appeso al muro una bella (e buona) laurea made in Usa, il giovane aquilano si è abituato a quell’universo di ricchezza e di miseria che ha reso gli Stati Uniti il modello vincente nel mondo occidentale, senza però condividerne gli aspetti dannosi e deleteri.
Andrea, insomma, non s’è perso. E ha portato un po’ della sua città laggiù, nella terra della “crudele” Hollywood e del “Big One”, il terremoto dei californiani.
Andrea Ciocca, aquilano d.o.c. Prima di ‘sbroccare’ e di partire per gli States, tutto scorreva tranquillamente nel capoluogo. O forse no?
Diciamo di sì, forse un po’ troppo tranquillamente. Per come la vedevo allora, la vita all’Aquila mi annoiava un po’… pochi stimoli.
Cos’è che ti ha aperto gli occhi, se così si può dire? Avevi un buon lavoro, una città che conoscevi in tutto e per tutto, gli affetti, gli amici. Poi, di punto in bianco, te ne vai in America. Mille lavori, mille esperienze prima di trovare una stabilità.
Ho sentito il bisogno di cambiare stile di vita e di fare nuove esperienze. A un certo punto, prima di decidere di partire, ho realizzato che la mia vita si profilava più o meno sempre uguale e monotona, a meno che non avessi preso una decisione radicale e che quello poteva essere il momento giusto per dare una svolta e intraprendere nuove avventure. Durante i primi anni, per spesarmi gli studi, ho fatto una miriade di lavori: venditore di vini, cameriere, ho lavorato in un fast food, negozi, poi traduzioni. Però, le posizioni in cui ho passato più anni sono state quelle di coordinatore per un’azienda che si occupa di traduzioni e, negli ultimi tempi, di assistenza software. Mi sono laureato in informatica lo scorso maggio dopo circa sei anni e adesso continuo a fare lo stesso lavoro di assistenza e QA mentre cerco di impostare una carriera e di guardare avanti.
Il 6 aprile 2009 eri lontanissimo dal “cratere”, mentre la tua famiglia “ballava” in via Cavour, dove non è ancora rientrata e non si sa quando potrà farlo. Ci racconti il “tuo” terremoto? Come lo hai vissuto da lì, come è stato visto dal popolo americano?
Quella domenica ho passato il pomeriggio (a Los Angeles siamo 9 ore indietro) davanti al computer. Stavo chattando con un paio di amici dell’Aquila che, per colpa delle continue scosse, erano ancora svegli e abbastanza impauriti. Ho realizzato della forte scossa delle 3:32 quando all’improvviso tutti gli aquilani che erano online fino a un momento prima erano scomparsi e da un commento che un mio amico di Pescara aveva appena ‘postato’ in cui diceva della scossa appena sentita. Ovviamente, ho cominciato subito a chiamare casa, ma i telefoni fissi squillavano a vuoto e i cellulari non prendevano. Dopo interminabili minuti sono riuscuto a contattare alcuni parenti a Teramo che mi hanno rassicurato che i miei stavano tutti bene, dopodiché ho passato la serata a guardare le terrificanti immagini che arrivavano in streaming sui notiziari Internet e a chiamare uno per uno tutti gli amici che avevo in rubrica, per assicurarmi che stessero tutti bene. Naturalmente, la notizia del terremoto all’Aquila è stata battuta da tutti i telegiornali sia nazionali che locali anche qui. A Los Angeles, poi, ci sono state numerose raccolte di fondi. Tutti i miei e amici e colleghi mi sono stati molto vicini durante quei giorni. Ancora adesso molti mi chiedono della mia famiglia e della ricostruzione.
Ormai sei negli Usa da parecchio tempo. Quali pregi e quali difetti ha secondo te l’America? Vivi in quella delle luci di Hollywood o del buio della crisi economica?
Direi che uno dei pregi più grandi di Los Angeles sia decisamente il clima, sempre abbastanza mite. Non è mai troppo freddo, caldo o umido e il sole splende nella stragrande maggioranza dei giorni dell’anno. Un po’ più in generale, sicuramente i servizi funzionano molto meglio, la città è sempre pulita ed essendo particolarmente grande dà accesso a risorse ed eventi difficili da trovare altrove. Un aspetto che mi sembra importante è il fatto che generalmente si riesca a vivere decentemente con quello che si guadagna. Sembra esserci, inoltre, più pluralismo nei media. Certo, anche qui ci sono stazioni e programmi chiaramente di parte, ma in generale ci sono più scelta e obiettività e, nonostante la satira sia in certi casi estremamente pesante, nessun politico sembra lamentarsene. Di difetti l’America ne ha tantissimi, ma una delle cose che salta agli occhi è sicuramente il sistema sanitario, ormai quasi totalmente controllato dalle assicurazioni. Prima di arrivare qui non mi sarei mai immaginato quanto proibitive le spese mediche siano da queste parti se non si è assicurati. Ho amici che hanno dovuto chiedere dei finanziamenti per qualche ora passata in pronto soccorso. Un altro lato negativo del sistema America è senza dubbio l’istruzione, per come la vedo io, soprattutto a livello di medie e superiori. Se non si ha la possibilità di mandare i propri figli in scuole private, la qualità che si ottiene da quelle pubbliche è decisamente scadente.
Altre differenze con l’Italia? Stile di vita, cultura, tipo di economia. Qual è l’aspetto della civiltà Usa che t’ha colpito di più?
Beh, ovviamente posso parlare per il posto in cui vivo. Una cosa che cerco di puntualizzare sempre è che ci sono differenze molto significative negli stili di vita e nella mentalità fra i diversi stati e anche e soprattutto nelle realtà locali, tra le varie comunità e culture. Ci sono molte leggi per combattere l’intolleranza, anche se qui molto spesso le “minorities” faticano a integrarsi. Nelle grandi città, invece, la mentalità è molto più aperta rispetto ai centri più piccoli, o agli stati centrali e del Sud. Una cosa che noi italiani abbiamo di buono è il grande valore che diamo alla famiglia e all’amicizia. Ecco, questo in America sembra mancare. Qui la gente si sposta molto spesso e, di solito, i rapporti interpersonali sono molto più volatili e le famiglie meno attaccate. A Los Angeles la gente va e viene, una delle industrie più importanti è senza dubbio l’intrattenimento, che col suo contributo riesce ad attrarre gente da tutto il mondo che viene qui con la speranza di “sfondare”. Il problema è che Hollywood è crudele e la maggior parte delle volte lascia niente più di qualche anno di esperienza come cameriere e tanto amaro in bocca.
Il tuo amico Luca Graziani, che sta dall’altra parte degli States, a Princeton, ha detto che gli americani, secondo lui, vedono l’Italia come una “Repubblica delle Banane”, almeno a livello politico. Vero, falso, o verosimile?
Concordo assolutamente con Luca. Questo tipo di giudizio, soprattutto nei confronti della nostra classe politica, è molto chiaro. Un commento che mi fanno spesso è “come mai i cittadini non dicono niente?” o “com’è possibile che quel politico non si sia dimesso?”. Molte volte, a seguito di certe notizie, l’italiano medio finisce per essere subito riaccostato al classico uomo infantile, cafone e constantemente arrapato. Vi ricorda qualcuno?
Obama o il “dimissionario” Berlusconi?
Barack Obama mi piace. Se avessi avuto diritto al voto avrei sicuramente scelto lui. C’è da dire però che, nonostante gli ammirevoli sforzi, vuoi per il continuo ostruzionismo che i repubblicani attuano in congresso, vuoi per la particolare situazione economico-finanziaria di questi ultimi anni, Obama non è riuscito a mantenere le promesse fatte al suo elettorato. Spero non ne paghi le conseguenze alle presidenziali dell’anno prossimo. Sotto un certo punto di vista apprezzo anche Silvio Berlusconi: se non fosse per lui e le sue leggendarie gesta i comici americani non parlerebbero mai dell’Italia!
Sotto il sedere dell’Aquila c’è una bomba, ma anche dalle tue nuove parti non è che si scherza. Da noi c’è “Ju Tarramutu”, lì “The Big One”. Se ne parla spesso?
Sì. Si parla spesso dei rischi sia in televisione che a livello istituzionale. Da queste parti le scosse di una certa entità sono molto frequenti e ogni anno in California c’è un giorno dedicato alla sensibilizzazione e alle esercitazioni in cui vengono coinvolti uffici, scuole e media e da quanto sento dire le leggi antisismiche sono molto restrittive e applicate severamente. Una differenza che ho notato è l’attitudine che gli angelini hanno verso questa calamità. Sarà per l’abitudine, ma sembrano affrontare il rischio molto più serenamente rispetto a noi.
Il tuo rapporto con i media Usa? E con la musica?
Guardo parecchi telegiornali: Cnn, Msnbc, le news locali su Ktla e poi quelle italiane e europee su Sky TG24 e BBC. Show in particolare? Guardo spesso The Daily Show e The Colbert Report, Real Time with Bill Maher tutte le settimane, roba su History Channel e Nat Geo. Ultimamente, poi, sto seguendo Dexter, Californication, How I Met Your Mother, The Big Bang Theory. Adesso che mi ci fai pensare, credo che dovrei uscire di più e guardare meno televisione! Per quanto riguarda la musica, ascolto un po’ di tutto. Mi dispiace di non riuscire a essere aggiornato sugli artisti italiani.
Su una scala da uno a dieci, quanto ti manca L’Aquila? E l’Italia?
Difficile dare un voto. Direi che l’Italia in generale non mi manca particolarmente ma L’Aquila è L’Aquila. Perché è il posto dove sono cresciuto, che ha contribuito a fare di me quello che sono e dove vivono la mia famiglia e la quasi totalità dei miei migliori amici. Mi piace pensare che sotto un certo punto di vista la mia sia anche una specie di missione: portare un pezzettino di cultura aquilana dove decisamente non c’è traccia.
Hai trovato la tua anima gemella a stelle e strisce? E, nel caso, credi di tornare un giorno da queste parti?
Non credo né nell’anima gemella, né ai progetti a lungo termine. Al momento sono single ma eventualmente spero di trovare qualcuna che abbia abbastanza pazienza per sopportarmi. Quanto al tornare a casa… Dal 2009 sono tornato due volte. Chissà, magari sarò di nuovo lì con voi a farmi le “tazze” fra un anno o magari anch’io, da bravo emigrato, tornerò a batter cassa al sistema sanitario italiano da pensionato.



