L’AQUILA – Sono giorni di ricordi commossi per l’addio a Ettore Scola, uno dei più grandi registi della storia del cinema, scomparso lo scorso 19 gennaio all’età di 85 anni.
A modo suo, anarchico e di pancia ma con quella esperienza che solo chi ha studiato con vera passione, lo ricorda, anzi, lo spiega senza pretese di superiorità dalle pagine di AbruzzoWeb, anche Piercesare Stagni, aquilano, musicista e storico del cinema e docente presso l’International Film Academy, che ha avuto modo di conoscerlo all’Aquila, in una serata al Cinema “Massimo” che finì nei locali dell’Accademia dell’Immagine, serata dedicata proprio al grande regista.
Stagni era il moderatore, tra gli ospiti, oltre a Scola, c’era l’attore e regista Sergio Castellitto, mentre al telefono intervenne il pianista, compositore e direttore d’orchestra Armando Trovajoli, scomparso tre anni fa.
“Castellitto – racconta Stagni – quella sera volle vedere i sotterranei di Collemaggio, di notte, dicembre, buio e freddo. Riuscimmo a farci dare le chiavi e lo portammo giù di notte, con le torce elettriche, all’epoca si cominciava a parlare di cavalieri Templari e di tesori nascosti sotto la Basilica. Fu una serata avventurosa, a Castellitto interessava molto il personaggio di Celestino V per un film”.
Scola, già anziano, non prese parte alla ‘spedizione’.
Parlare di Ettore Scola… Mah…non so, forse è giusto che i ‘coccodrili’ letterari restino per una volta nella loro palude, nei cassetti impolverati e negli hard disk. E questa decisione non vuole essere una mancanza di rispetto per l’uomo e l’autore appena scomparso. Tutt’altro.
Mi prendo questa piccola responsabilità, e, avendo avuto l’onore di conoscerlo, lo faccio con forza e orgoglio.
Ettore Scola non merita false, sentite celebrazioni, quelle d’ufficio.
Vedete, Ettore Scola e il suo mondo sono nella quotidianità, in quel poco di lucidità che qualche volta sappiamo ancora dimostrare quando ci ricordiamo chi siamo stati e dove siamo cresciuti.
Per lui parla il suo cinema, a tutti.
E questa è una cosa rara. Al contrario di altri grandi, i suoi film non hanno bisogno di spiegazioni, di prefazioni, perché come autore è sempre stato vicino alla gente, ai sentimenti, alle trasformazioni sociali.
Del resto, la sua esperienza non è assimilabile a quella di nessun altro regista importante.
Umorista, poi grande sceneggiatore, poi autore in grado di collocarsi sempre un gradino avanti, anticipatore di evoluzioni italiche che lui sapeva vedere e raccontare prima.
E per questa capacità i maligni lo accusavano di aver sancito con alcune sue opere la morte anticipata della commedia all’italiana: penso a “C’eravamo tanti amati”, a “La terrazza”…
Niente di più sbagliato. Cazzate.
Quando hai la capacità di saper vedere oltre, e soprattutto di saper raccontare queste visioni con un linguaggio semplice, vicino alla gente, è normale che tra le pieghe traspaia una malinconia, più che altro una consapevolezza agrodolce, da parte di chi in fondo vorrebbe continuare ad accarezzare dolcemente la sua gente, ma sa in coscienza di non poterlo più fare…
Se rivedete questi capolavori, magari insieme a “Una giornata particolare”, ma anche a “Che ora è”, a Maccheroni”, a “Mario, Maria e Mario”, ebbene, sentirete quel nodo in gola, sarà difficile non lasciarsi cogliere da un sentimento misto, da un lato lieve, anche compiaciuto, ma dall’altro struggente.
E credo sia stata senza ombra di dubbio la cifra autoriale più adatta per raccontare l’Italia, gli italiani.
Questo è avvenuto in una filmografia lunga, a prima vista diversificata, eterogenea, ma non lasciatevi ingannare, perché Scola ci dipingeva sempre, anche quando metteva in scena un insospettabile Massimo Troisi nel ruolo di Pulcinella.
La sua rilettura della Commedia dell’arte credo sia un qualcosa di sorprendentemente moderno, e insuperato.
E ancora, anche quando decideva di raccontare la storia francese, con “Il Mondo nuovo”, o le sue trasformazioni sociali e culturali, con l’innovativo “Ballando ballando”, film coraggioso, geniale, senza parole, ma con tanti “discorsi” dentro.
Come piaceva a questo autore, che da Trevico, minuscolo ombelico italico, era riuscito con coraggio ad approdare a Roma, alla redazione del Marc’Aurelio, con Federico Fellini, e poi al cinema attraverso tutta quella faticosa e lunga trafila che però ti faceva regista, per sempre.
Con momenti che sono veri e propri pugni alla coscienza “italiota”, con “Brutti, sporchi e cattivi”, quasi parossisitica rivelazione della bruttezza del nuovo povero, sbattuta sullo schermo senza filtri, ma anche fino all’ultimo graffio, già in età in cui in questo paese ti considerano bollito, e buono solo per Vincenzo Mollica e le salette minori del Festival di Venezia, dove si presentano solo libri nati già vecchi e la gente va solo per il buffet.
Lui no, con “Concorrenza Sleale” ci fa vergognare di aver cacciato e mandato a morte nostri fratelli, quando ormai pensavamo di aver pagato quel peccato, in fondo nemmeno nostro, a vederla fino in fondo, ma di qualche nonno o zio che amava vestirsi di nero.
Pensateci bene… dopo ogni tragedia italica, dopo lutti gravi, attentati all’integrità nazionale, la cara, vecchia amata mamma Rai è spesso ricorsa al cinema di Ettore Scola, si, “maliconico e tristino invero”, ma corroborante…. Perché bastano alcuni suoi momenti di cinema, quelli puri, quelli potenti, per farti riconciliare col mondo, col cinema, con questo amato/odiato stivale.
Gli sguardi di “Una giornata particolare”, Marcello Mastroianni che balla con Sofia Loren in pantofole, ti riconciliano col mondo.
E l’ipocrisia dei pesci che nuotano in quel meraviglioso acquario rappresentato da “La terrazza”, con i piranha sopravvissuti agli anni Settanta…. E la finta retorica de “La Famiglia”.
Con la coscienza che ci fa male, davvero.
E gli squarci di colore che affiorano dal bianco e nero di “C’eravamo tanto amati” sono squarci della nostra coscienza.
Così come i tagli di luce che permeano Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli, in trattoria, nel momento in cui “congelati” sul grande schermo capiscono la potenza dell’amore.
O come quando, appena scesi da una scarriolata seicento, Nino Manfredi la stessa Sandrelli e Satta Flores assistono al tuffo in piscina più amaro e rivelatore della storia del cinema: quel milionario che loro credevano amico sta per tuffarsi e li ha presi in giro, ma è forse quell’Italia così ingenua e cattiva allo stesso momento, quella del boom, a non avergli impedito di farlo.
E la parola Fine, in giallo, campeggia sullo schermo, sulle lucide ma struggenti note di Armando Trovajoli.
E in quel momento comprendi che quella non è una fine, ma semplicemente l’inizio.
Un grande inizio.
Grazie Ettore.



