L’AQUILA – L’Abruzzo si scopre all’improvviso terra di bulli. Possibile?

Eppure sono bastati tre casi in tre giorni in tre diverse zone della regione a far riaccendere i riflettori su un fenomeno sommerso, difficile da quantificare e da capire, e soprattutto difficile da portare alla luce, visto che non esiste neanche uno specifico reato, ma di solito i bulli scoperti dalle forze dell’ordine finiscono sotto processo per lesioni, minacce o rapina.

A scoperchiare il pentolone stavolta è stata la scoperta nel capoluogo di una vera e propria “gang”. Ragazzini macedoni solo d’origine, perché in realtà sono aquilani come tanti altri, nati e cresciuti all’Aquila, che così scopre la sua “2g”, la seconda generazione degli immigrati.

Provocazioni, liti, aggressioni, sempre in superiorità numerica e sempre in posti frequentati dai pari età ma al tempo stesso nascosti: il retro del Mc Donald’s, un angolo della scuola, e così via.

Questo il modus operandi della banda, arricchito dal contributo delle ragazze dei bulli, che adescavano le vittime per portarle dai “bossetti”.

Perfino un professore è stato minacciato, reo di aver rimproverato una di loro. Un meccanismo perfetto, portato alla luce solo dal coraggio di qualcuno che è andato a denunciare.

La squadra Mobile ha operato e arrestato quattro giovani (uno ancora da trovare) e ha diffuso le foto chiedendo alle vittime di collaborare ancora: sicuramente usciranno fuori altri dettagli.

Tutt’altra storia a Penne, dove al momento non si è parlato di un gruppo, ma di un singolo ragazzo difficile, di appena 14 anni, ma già noto per atti di violenza sui coetanei, che ha accoltellato alla coscia un ragazzino.

E dopo il fattaccio, entrambi sono andati a lezione, zitti e mosca: la storia è venuta fuori solo grazie all’insistenza della madre del ragazzo tiranneggiato.

Scoperto il coltello dell’aggressione, con lama da 7 centimetri, nascosto in una fioriera, il bullo è stato denunciato e segnalato.

Terzo caso a Chieti, con l’arresto di due ventenni da parte dei carabinieri.

Anche un gruppo, di quattro (due sono sfuggiti per ora), che con una scusa banale (“hai fatto la spia alla polizia”) cercavano di farsi consegnare soldi da un coetaneo.

Le cose andavano avanti da settimane, fino all’esasperazione, finché il giovane non ha trovato il coraggio di denunciare l’andazzo ai carabinieri.

Che per acciuffare i bulli hanno dovuto orchestrare un appostamento con una messa in scena in piena regola.

Tre storie affilate che hanno fatto riaddensare nuvoloni neri sull’Abruzzo, spesso dipinto come isola felice lontana dalle grandi storie di criminalità e che invece a sprazzi si riscopre un territorio intriso di storie poco piacevoli.

Abruzzo terra di bulli? Non si deve esagerare, naturalmente. Ma tenere d’occhio il fenomeno da un doppio punto di vista, quello degli educatori e quello delle forze dell’ordine, questo sì, è doveroso. (alb.or.)

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