L’AQUILA – Spogliato della neve che lo ha soffocato, brandelli di vestiti, oggetti personali, materassi, ricordi di vite spezzate, un cumulo di rami e pietre portate a valle dalla slavina, in lontananza le vetrate di quella che un tempo era la spa.
Si presenta come un deserto silenzioso, a 7 mesi dalla tragedia che ha sconvolto l’Abruzzo, l’hotel Rigopiano, costruito ai piedi del versante pescarese del Gran Sasso, a Farindola, un resort che, il 18 gennaio scorso, è stato spazzato via da tonnellate di neve e detriti, sotterrato da un’inferno bianco dove hanno perso la vita 29 persone.
Di esso resta soltanto l’ossatura distrutta, spostata di venti metri e tanti dubbi sulle responsabilità, qualora ci fossero. In lontananza, fino a pochi giorni fa, le fiamme e il fumo dell’incendio che partito da Campo Imperatore ha scavalcato il versante aquilano del Gran Sasso arrivando sul lato pescarese.
Per i fatti di Rigopiano, lo scorso aprile sono state indagate 6 persone per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose: il presidente della Provincia, Antonio Di Marco, il dirigente delegato alle Opere pubbliche Paolo D’Incecco, il responsabile della Viabilità provinciale Mauro Di Blasio, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, il geometra comunale Enrico Colangeli, il direttore del resort Bruno Di Tommaso, per il quale si aggiunge l’ipotetica violazione dell’articolo 437 del codice penale, che punisce l’omissione del collocamento di impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro.
Secondo l’accusa, non avrebbe previsto il rischio di essere colpiti da una slavina nel documento di valutazione del rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori dell’hotel.
L’inchiesta nasce dal fatto che l’unica via di fuga non era stata sgomberata dalla neve, e non vi erano piani o altri modi di evacuazione del resort.
A maggio Cristina Tedeschini, il magistrato che insieme al collega Andrea Papalia stava conducendo l’inchiesta sulla morte delle 29 persone a Frindola, è diventata procuratore capo di Pesaro lasciando il delicato fascicolo a Papalia prima, e a Massimiliano Serpi poi, dopo il suo insediamento come responsabile della procura di Pescara.
In parallelo si è delineato un secondo filone di indagine che ha portato al sequestro della documentazione relativa alla realizzazione della “Carta pericolo valanghe”, che sarebbe iniziata nel 1988 e mai portata a termine, nell’ufficio prevenzione rischi della protezione civile della Regione Abruzzo.
Dalla documentazione è venuto alla luce che, in una riunione di 24 anni fa, il Comitato tecnico regionale per lo studio della neve e valanghe (Coreneva), aveva sollecitato una perimetrazione del rischio valanghe da redigere entro un mese.
Da allora nulla si è mosso e restano i dubbi sulla possibilità o meno di costruire una struttura in quella zona, ai piedi di un canalone, dal quale 7 mesi fa si è staccato il muro di neve, che ha spento 29 vite.






