L’AQUILA – “La ricostruzione post sisma dell’Aquila è ai livelli di eccellenza di quella del Friuli”.

A dirlo è  Aldo Mancurti, funzionario pubblico che dopo essere andato in pensione come guida del Dipartimento per lo Sviluppo delle economie territoriali (Diset), è ora presidente del Fondo etico dell’Ance.

Figura chiave prima della governance della ricostruzione aquilana, ma che come ingegnere e civil servant si è occupato da vicino anche delle ricostruzioni dell’Irpinia, dopo il terribile terremoto del 1980, e ancor prima della ricostruzione del Friuli, colpita dal sisma nel 1976.

“La ricostruzione friulana – osserva Mancurti – è da tutti considerata come un modello di efficienza e velocità, ebbene posso dire che qui a L’Aquila ora la qualità dell’intervento e il ritmo in termini di rientro nelle abitazioni e della riparazione di immobili, è assolutamente in linea”.

Sotto la governance di Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario del Governo, ma in stretta collaborazione con le amministrazioni locali, per l’emergenza e la ricostruzione in Friuli furono spesi 29 mila miliardi di lire, che corrispondono oggi a 20 miliardi di euro. Per ridare una casa a tutti e 40 mila gli sfollati ci sono voluti circa una decina d’anni. 

Ma non è possibile fare un confronto secco, sottolinea Mancurti, in termini numerici ed economici, il metro del paragone deve essere quello del ritmo, del tiraggio.

Per completare in altri termini la ricostruzione aquilana ci vorranno più di 10 anni, ma, osserva Mancurti, “bisogna considerare che qui si sta procedendo ad una ricostruzione molto più complessa e difficoltosa, perché il sisma ha colpito una città capoluogo, lì piccoli centri, dove è molto più facile intervenire, il numero degli sfollati è stato più alto, inoltre è enorme a L’Aquila e nel cratere il numero dei beni culturali e degli edifici vincolati”. Filippo Tronca