L’AQUILA – “Le conseguenze della pandemia sui bambini ed adolescenti le stiamo già toccando con mano. C’è la fascia di bambini che ha dovuto modificare una condizione di vita di relazioni sociali, con una accentuazione di disturbi. Si pensi ai bambini fino ai 3 anni. I nostri volti sono spesso coperti da mascherine, e tutto quello che offre l’osservazione del viso viene meno, in una fase cruciale dell’apprendimento. Non è un caso che registriamo un incremento dei disturbi della comunicazione e del linguaggio, un ritardo della comparsa di alcune funzioni che possono essere legate a questa nuova condizione in cui si trovano a vivere”.

L’allarme lo lancia ad Abruzzoweb, Maria Nicoletta Aliberti, neuropsichiatra infantile, in forza al gruppo Ini, l’Istituto Neurotraumatologico Italiano, che grazie all’intensa attività dei Centri di scienze riabilitative e diagnostiche per l’età evolutiva, e con progetti specifici come Amazoom,  in un solo anno ha preso in carico oltre 2mila bambini e adolescenti, da 0 ai 18 anni, assieme alle loro famiglie, per dare una risposta ai disturbi post traumatici da stress provocati dalla pandemia del covid-19, e dalla sottrazione dei bisogni di contatto, di aggregazione, di esperienza ludica e ricreativa, delle normali relazioni sociali.

Un fenomeno che non attira l’attenzione che merita, che può essere definito una sorta di long covid che sortisce effetti nella sfera della psiche e dell’apprendimento, che dovrebbe allarmare tanto quanto il long covid più prettamente sanitario, relativo ai danni fisici a lungo termine che provoca l’infezione del virus, dai polmoni al cuore.

Del resto, in una recente ricerca di studiosi italiani e spagnoli, che hanno intervistato un campione di 1.143 genitori con figli di età compresa tra i 3 e i 18 anni, per evidenziare quali cambiamenti emotivi e comportamentali si siano riscontrati maggiormente dopo il lockdown, è emerso che circa l’85% dei genitori, ha notato nei figli difficoltà di concentrazione, noia, irritabilità, ansia e preoccupazione e senso di solitudine. E sempre secondo quanto riferito dai genitori, i bambini sembrano presentare disturbi del sonno, con problemi di addormentamento e risvegli notturni, comportamenti regressivi, con perdita di competenze acquisite prima del lockdown, comportamenti aggressivi più frequenti, presenza di paure in precedenza sconosciute.

Un quadro che trova conferma anche nell’esperienza diretta della dottoressa Alibrandi.

“Ci troviamo anche davanti ad un fenomeno nuovo, mai vissuto prima, non abbiamo un esperienza pregressa, su cosa possa comportare nel medio lungo periodo, questa forte modifica delle relazioni intersoggettive, con degli  affetti primari e con il mondo circostante per bambini e adolescenti”, spiega la dottoressa.

A maggior ragione Alibrandi si appella alle istituzioni, al sistema sanitario, affinché “vengano creati sistemi che accolgano e diano risposte, prima che questo disagio diventi un vero e proprio disturbo psicologico. Occorre una analisi preventiva del rischio, che affronti il problema all’emergere dei primi sintomi, che possono essere anche piccoli segnali da monitorare attentamente, in particolare nella fase di adattamento evolutivo dei bambini”.

A pesare non è solo il destino di essere venuti al mondo circondati da adulti con la mascherina, come ha efficacemente riferito Alibrandi. Il problema è che la pandemia ha ridotto le relazioni sociali, richiudendo i bambini dentro casa, sia nelle fasi di lockdown, ma anche in periodi meno critici, in cui c’è la legittima paura ad uscire a incontrare il prossimo, facendo esplodere la sovraesposizione agli schermi, quelli dei cellulari, dei tablet e dei televisori.

“Questi strumenti – concede la neuropsichiatra  infantile –  hanno aiutato a tenere  impegnati i nostri bambini, ma non va dimenticato che l‘esposizione eccessiva, o anche esclusiva ad un cellulare per un bambino è un fattore negativo, riduce le relazioni interpersonali, canalizza l’attenzione su un elemento esclusivo, impoverisce in maniera significativa la possibilità di arricchimento di esperienza che solo il mondo circostante può garantire”.

La dottoressa boccia infine, nel suo potenziale educativo, la didattica a distanza, che pure è stata necessaria per garantire la continuità scolastica nei lunghi mesi del lockdown.

“Anche la dad è stata una importante risorsa –  afferma Alibrandi -, ma resta il fatto che  seguire una lezione o lavorare davanti uno schermo, richiede un surplus di attenzione che non è  compensato  da stimoli esterni, dal contatto, dalla presenza della vicinanza di altre persone. Impediscono al bambino di poter vivere una piena esperienza educativa e affettiva. È fondamentale infatti non solo il contatto con il genitore ma anche con l’insegnante, con i compagni di classe, per un sano ed equilibrato percorso di crescita. La conoscenza non è solo nozionismo, occorre anche un’esperienza, un contesto, la psico-educazione è un processo profondo”.