L’AQUILA – Dopo la destabilizzante vicenda che ha fatto emergere presunte somministrazioni fuori protocollo di chemioterapia nell’ambito di una guerra senza quartiere tra i vertici medici della oncologia dell’ospedale dell’Aquila e quella territoriale sfociata in una inchiesta della procura poi archiviata, ora il reparto rimane senza “titolare”.
E le conseguenze sono fragorose, in linea con la bufera che da anni caratterizza il delicato e vitale servizio a guida universitaria: il professore Luciano Mutti, oncologo di fama mondiale, primario del reparto del San Salvatore, ha sbattuto letteralmente la porta dimettendosi dall’incarico, per il quale aveva una convenzione con la Asl provinciale dell’Aquila, e lasciando contestualmente anche il ruolo di docente dell’ateneo aquilano.
E lo ha fatto con una lettera dai toni molti duri inviata ai vertici universitari, in particolare al nuovo rettore, Fabio Graziosi, un cui si ha riconfermato i gravi rilievi in merito cure non ortodosse e il suo ruolo di grande accusatore nella vicenda giudiziaria.
Il reparto è ora nelle mani della facente funzioni, professoressa Lucilla Verna, con compiti di coordinamento.
Ora l’Ateneo dovrà correre ai riparti individuando il successore, una operazione che secondo quanto si è appreso, non sarà facile proprio per le disavventure molto gravi degli ultimi mesi. Comunque, dovrebbe essere emanato un concorso. In ogni caso la vicenda ha rappresentato una patata bollente tra Asl e Università.
Intanto, Mutti è professore di oncologia alla Unicamillus a Roma, professore a contratto di oncologia transnazionale Tempio universitario a Filadelfia e, dal gennaio prossimo, docente a Londra nella prestigiosa Queen Mary University.
“Ritengo inutile proseguire la mia attività in un ambiente culturale in cui le evidenze scientifiche internazionali in ambito oncologico non sono considerate prioritarie neppure davanti a giudizi valutativi redatti da esperti indipendenti e davanti alla negazione degli atti depositati”, si legge nella recente lettera di dimissioni inviata al rettore Graziosi e all’Ateneo che nei mesi scorsi non si era mossa difronte a questa grave vicenda nonostante una lettera dello stesso Mutti e dei due dg, Ferdinando Romano e il suo successore, Paolo Costanzi, in sella dal primo settembre.
Da queste parole, è evidente che quello di Mutti è stato decisamente un addio al veleno legato all’esito della inchiesta giudiziaria, terminata con un nulla di fatto, innescata da un esposto con accuse gravissime di cure non ortodosse da parte del responsabile della oncologia territoriale, Enrico Ricevuto, presentato dallo stesso ormai ex primario che è finito a sua volta sotto indagine con altri sei colleghi tra cui il suo predecessore Ricevuto.
L’archiviazione da parte del Gip del Tribunale dell’Aquila Marco Billi è arrivato dopo una prima richiesta in tal senso da parte del pm Ugo Timpano nonostante illustri consulenti nominati dalla Procura avessero espresso dubbi in merito a chemio fuori protocollo che avrebbero causato tossicità e accorciato la sopravvivenza in tre della decina di casi di malati poi deceduti denunciati dal grande accusatore Mutti: secondo i magistrati, non sarebbe stato possibile stabilire il nesso tra le cure sospette e le morti dei pazienti.
Billi ha confermato l’archiviazione basandosi sul fatto che nella perizia i consulenti della Procura, pur stabilendo che almeno in tre casi le terapie antitumorali non autorizzate avrebbero ridotto la sopravvivenza dei pazienti e causato tossicità, non hanno potuto quantificare la percentuale dell’aspettativa della vita. Tutto ciò perché non sarebbe stato possibile tecnicamente e non perché non avessero voluto.
Comunque, l’indagine ha scosso e sta ancora scuotendo gli ambienti interessati a livello giudiziario ma soprattutto a livello medico e sanitario, con particolare riferimento ai pazienti che sono comunque la parte più fragile ed esposta e che sono disorientati.
“Mi permetto”, si legge ancora nella lettera dell’oncologo, “alcune considerazioni propedeutiche ad un incontro e già accennate in occasione del primo incontro: indipendentemente dalle decisioni che ho già maturato, non posso che esprimere l’amarezza derivante dalla constatazione di come i principi cardine dell’oncologia clinica condivisi dalla comunità scientifica internazionale trovino un’ enclave di inspiegabile resistenza (quando di non aperta ostilità) nonostante quasi 3 anni di ripetuti allarmi sia scritti che per le vie brevi. Ritengo, quindi indispensabile (oserei dire doveroso) un sereno confronto non tanto su questi principi scontati quanto sulle ragioni per le quali si sia ora improvvisamente arrivati ad una situazione che ha danneggiato, sta danneggiando e continuerà a danneggiare tutti senza risolvere nessun problema . Anzi… Un confronto che preceda i rispettivi passi di tutte le parti coinvolte e contribuisca, almeno, a trovare un punto di sintesi che rassereni gli animi”. Confronto che, stando a quanto si è appreso, non si è tenuto non essendoci stata una risposta al riguardo.
“Quelli che pensano che la cessata appartenenza ad un’istituzione riduca il rischio di ulteriori scossoni non ha capito che i pazienti possono essere difesi in tanti modi – continua Mutti -. Certo, vale il principio della testimonianza e della difesa delle esistenza delle evidenze scientifiche cosi come valgono anche agli atti concreti che stanno per iniziare a tutti i livelli. Gli aquilani e gli abruzzesi lo meritano”, ha poi aggiunto il professore.
“Non si può ignorare che i periti del Tribunale hanno stabilito che causa di terapie non approvate la dr.ssa Bruera ed il prof Ricevuto hanno ridotto l’attesa di vita di alcuni pazienti oncologici e non hanno fatto firmare il consenso informato per i trattamenti “, ha poi commentato, in tal senso fatto salvo il fatto che questi due medici hanno ottenuto l’archiviazione come gli altri cinque tra cui lo stesso Mutti finiti sotto inchiesta. b.s. e g.g.






