Anche in un’epoca in cui l’intrattenimento più di tendenza è online Blackjack at Hell Spin, persiste un Abruzzo che non si fa addomesticare, e meno male. Non ama i selfie, non si infila nei filtri Instagram e non fa inchini ai turisti in sandali. È un Abruzzo scontroso, selvatico, testardo. Sa di pecore e di vento, di racconti bisbigliati intorno al fuoco e di strade verdi che non portano da nessuna parte, se non dentro un tempo che non vuole finire. Non è un luogo per chi cerca souvenir, ma per chi ha ancora voglia di perdersi davvero.

 

I tratturi: le autostrade segrete della transumanza

Quei solchi verdi che tagliano i campi come vene vive si chiamano tratturi. Percorsi larghi quanto una promessa antica, battuti per secoli dai pastori e dalle loro greggi. Non sono sentieri da passeggiata, sono percorsi di sopravvivenza, riti di passaggio, stagioni in movimento.

Uno dei più lunghi, il Tratturo Magno, parte dall’Aquila e arriva a Foggia. Roba da 244 chilometri a piedi, con il fiato corto e le ossa stanche. E se ti sembra tanto, sappi che non era nemmeno il solo. Ce n’erano altri, altrettanto lunghi, altrettanto duri. E sopra ci passavano le vite.

 

La transumanza non era turismo rurale: era una prova. Quindici giorni a passo d’uomo, dormendo all’aperto, mangiando pane secco e ricotta. Si marciava, si pregava, si bestemmiava. E lungo il cammino, fontanili, chiesette sbrecciate, taverne che odoravano di vino e polvere. Luoghi dove il corpo si riposava e l’anima – forse – trovava un attimo di pace.

 

Castel del Monte: dove le streghe contano le lenticchie

In mezzo a tutto questo, Castel del Monte è un pugno di case che sembra messo lì apposta per custodire i segreti. Un borgo dove la pastorizia è memoria viva, e dove le streghe non sono solo leggende: sono parte del paesaggio e della tradizione popolare.

 

Ogni agosto, il paese si trasforma. Riapre le porte alle sue streghe, in una notte che mescola teatro e mito, rituale e ribellione. Si racconta che entrassero dalle serrature per rubare i sonni dei bambini. E allora, per difendersi, la gente metteva scope davanti alla porta, o vasetti di lenticchie: che si sa, le streghe non resistono alla tentazione di contarle. E così si perde tempo, e i bambini dormono.

 

Non è folclore per turisti. È un modo per ricordare che qui, tra i sassi e le pecore, c’era (e c’è) un altro modo di vedere il mondo. Un modo di cui, nei ritmi sempre più frenetici del presente, ci si ritrova ad avere nostalgia.

 

Transumanza oggi: rito, resistenza e ritorno

Oggi, quei tratturi sono percorsi per viandanti moderni. Non più pastori, ma camminatori curiosi, esploratori stanchi del rumore. L’UNESCO li ha messi sotto vetro, Patrimonio dell’Umanità. Ma l’Abruzzo se ne frega dei timbri: continua a camminare, come ha sempre fatto.

 

Ci sono cammini che seguono ancora le antiche rotte, attraversando paesi dimenticati e paesaggi che sembrano disegnati da un dio con il vizio della malinconia. È un turismo lento, un’eresia contro le vacanze all-inclusive. E per questo, forse, è l’unico che vale la pena.

 

L’Abruzzo che non si fa spiegare

Non si può raccontare davvero l’Abruzzo dei tratturi e delle streghe. Si può solo viverlo. A passo lento, con il cuore aperto e il telefono spento. È un Abruzzo che ti guarda da sotto in su, come a dire: “Che vuoi da me?” E se non scappi, se resti, se impari a camminare come si cammina in montagna – un passo dopo l’altro, senza fretta – allora forse ti adotta. O almeno ti tollera. Che è già qualcosa.