L’AQUILA – “Sono d’accordo con il presidente Marsilio: la vera grande battaglia da fare, a livello nazionale, per salvare dal dissesto la sanità abruzzese è quella di aumentare la quota di fondo sanitario, già sottodimensionato rispetto al Pil, che ora penalizza le regioni del centro sud rispetto a quelle del Nord. Tutta la politica si unisca per ottenere questo risultato, e si apra confronto con i sanitari, che hanno le giuste competenze per lavorare ad una migliore allocazione delle risorse”.
Tante volte non le aveva mandate a dire al governo regionale abruzzese, ai decisori politici ad ogni livello istituzionale, a difesa della sanità pubblica, dei diritti del personale medico e dei cittadini a cure adeguate.
Questa volta invece Alessandro Grimaldi, presidente dell’Ordine dei Medici della Provincia dell’Aquila, segretario regionale del sindacato Anaao, primario del reparto di Malattie infettive dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila e capo dipartimento medicina della Asl provinciale, si schiera al fianco del presidente Marco Marsilio, di Fdi che nell’ultimo consiglio regionale, nel dibattito che ha preceduto l’approvazione della manovra da 131 milioni per coprire il buco della sanità del 2024 milioni, ha ribadito che la vera battaglia da vincere a livello nazionale è cambiare i criteri pro-capite di assegnazione dei fondi statali per le regioni, senza considerare la densità, la natura montuosa, le distanze territoriale, aspetto che fa venir meno all’Abruzzo centinaia di milioni, a favore delle regioni più ricche e popolose, citando Emilia Romagna, Veneto e Lombardia.
Ha auspicato Marsilio che anche la politica partecipi ai famigerati tavoli di monitoraggio interministeriali, senza la quale la politica sanitaria diventa solo una questione ragionieristica, elencando poi tutti i fattori che penalizzano l’Abruzzo.
Afferma dunque Grimaldi: “Marsilio con il suo intervento ha preso atto di quella che è una nostra posizione consolidata, ovvero che il sistema sanitario è di fatto è sottofinanziato e quindi le regioni piccole in particolare hanno più difficoltà a far quadrare i conti, in una condizione di oggettivo svantaggio”.
Come rilevato da Marsilio, anche Grimaldi sottolinea, alla luce anche dell’aumento dell’addizionale Irpef reso necessario dal piano di rientro, che “comunque l’Abruzzo ha un gettito fiscale inferiore. ll tema vero è che l’Abruzzo per tre quarti è costituito da territorio montuoso, da piccoli centri, la sanità costa oggettivamente di più e non si possono fare parti uguali tra diseguali. Organizzare la sanità in un’area metropolitana come Milano oppure Roma ha costi molto inferiori”.
Una fetta troppo piccola, dunque, quella del fondo sanitario nazionale spettante all’Abruzzo, di una torta anch’essa troppo piccola.
“C0sì in Italia la sanità pubblica non regge più: abbiamo problemi enormi come l’invecchiamento della popolazione che è un altro fattore importante di accrescimento della spesa, sono aumentati i costi dell’energia, dei farmaci, delle apparecchiature. Eppure l’attuale livello di finanziamento, depurato dall’inflazione, è alla stregua di quello che avevamo nel 2015 e nel 2016, quindi siamo tornati indietro, non siamo andati avanti. Per un sistema adeguatamente finanziato la spesa sanitaria dovrebbe essere almeno intorno al 7,5% del Pil e noi stiamo scivolando lentamente addirittura anche sotto la soglia del 6%”.
Grimaldi si dice anche d’accordo sul fatto che il tavolo di monitoraggio sia presente anche la politica, ovvero presidenti, assessori regionali, visto che è chiaro che “le scelte non possono essere dei tecnici che da soli poi prendono degli impegni che richiedono delle scelte anche di carattere politico. I tavoli tecnici sono limitati, non credo che un tecnico si possa mettere a fare disquisizioni sulla difficoltà di fare sanità in aree disagiate”.
Per quello che riguarda il personale, incalza Grimaldi: “i criteri adottati a livello nazionale penalizzano ancora una volta molte regioni del centro sud, molte delle quali erano uscite dal commissariamento, e dunque non hanno potuto assumere, dunque l’aumento concesso a livello nazionale, è stato calcolato su un numero di dipendenti più basso, rispetto, ancora un volta, alle regioni del Nord, che nel frattempo avevano potuto, grazie anche alla quota maggiore di fondi, aumentare gli organici”.
Auspica infine Grimaldi: “tutta la politica di ogni colore si deve unire sulla battaglia di una più equa ripartizione del fondo nazionale. Non si può continuare a raschiare il fondo del barile, come ho già detto in altre occasioni, non si può addossare la colpa ai manager delle Asl, nel gioco dello scarica barile. Già si risparmi su tutto quello che umanamente è possibile. Ripeto, il deficit a queste condizioni è strutturale, l’alternativa è tagliare i servizi essenziali, a rischio, in una fase in cui c’è un impoverimento generale del ceto medio, è l’accesso alle cure. Va superata anche la gestione verticistica della sanità, occorre far lavorare di più il governo clinico, dare ascolto ai collegi di direzione, ovvero confrontarsi con gli operatori sanitari, con chi competenze, e capire come vanno allocate correttamente le risorse, che sono poche, e come si possono intraprendere anche dei risparmi. Vanno abbandonate le furbe ed opportunistiche politiche di campanile, tra le varie province e territori”.






