CHIETI – “Sono pazienti disabili in grave difficoltà e non bestie da spostare senza un minimo di riguardo!”.

Sbotta così ad AbruzzoWeb il signor Giuseppe Piedimonte, padre di una ragazza ricoverata al centro di riabilitazione Maristella di Chieti, al momento dei trasferimento degli ospiti del Maristella da Villa Pini a Palena (Chieti).

L’istituto di riabilitazione ha chiuso definitivamente i battenti nella sede della clinica teatina. I 30 pazienti ricoverati, tutti giovani con disabilità gravi, sono stati trasferiti in piccola parte all’ex ospedale di Gissi (Chieti) e nella maggior parte in una nuova struttura a Palena (Chieti), nonostante i ricorsi al Tar e le diffide fatte dal Comitato delle famiglie dei ricoverati, presieduto da Camilla Liberatore.

Per la ventina di disabili che sono andati a Palena, infatti, le famiglie di 17 di loro avevano chiaramente detto di voler portare i loro cari all’istituto Santa Caterina di Francavilla al Mare (Chieti) che aveva da tempo iniziato l’iter burocratico per poter ospitare i ragazzi.

L’iter aveva ricevuto il via libera da Asl e Regione sinché, al momento di mettere la firma finale sul provvedimento, il processo si è improvvisamente e inspiegabilmente arrestato.

Di fronte alla lettera ricevuta dalla proprietà del Maristella, la società Cise, che avvertiva che i ragazzi sarebbero stati trasferiti nella nuova sede di Palena e che, altrimenti, sarebbero stati dimessi e abbandonati a loro stessi, le famiglie non hanno potuto fare altro che assistere impotenti alla partenza del pullman che, caricati a forza i ragazzi, ha lasciato Villa Pini alla volta di Palena.

I vigili urbani inviati dal Comune al sentore di una protesta da parte della famiglie non hanno avuto comunque nulla da fare, perché i parenti dei ragazzi non avrebbero in alcun modo voluto far salire l’ansia che già un trasloco e un allontanamento da luoghi e volti conosciuti stava comunque provocando nei pazienti. Anzi, al passare del pullman, si sono nascosti dietro un muro per non farsi vedere dai loro cari.

“Più che un trasferimento è una deportazione”, ha commentato la Liberatore, presidente del comitato delle famiglie che chiede da tempo e con forza il trasferimento dei ragazzi nella vicina Francavilla.

“Questo non è modo di trattare essere umani, per di più indifesi e incapaci di esprimere la loro volontà – ha detto Giuseppe Spadavecchia, tutore dei uno dei pazienti – questi ragazzi hanno bisogno del contatto costante con i loro familiari e Palena è troppo lontana”.

Qualche parente è arrivato anche tardi e non ha potuto assistere alla partenza del bus. È il caso di Pio Di Marco, impiegato nelle forze armate in provincia di Vercelli e cugino di uno dei ragazzi: “Per svariati motivi, in famiglia mi sono sempre occupato io di questo ragazzo – ha detto – Giorni fa ho ricevuto una telefonata con cui mi si diceva, tra l’altro con un tono a dir poco sbrigativo, che, se non fossimo venuti a prendercelo, lo avrebbero portato a Palena. Quasi fosse un pacco postale…”.

“Mio cugino ha i genitori anziani e malati, per loro sarebbe impossibile andare a Palena – ha detto Antonella Monti – Ci hanno lasciati soli. Non siamo riusciti ad avere risposte né dalla Regione né dalla Asl”.

In un solo caso la Asl si è fatta sentire. Ed è un caso che, purtroppo, ha dell’incredibile. Il direttore sanitario Asl Pasquale Flacco ha chiamato la madre di un paziente, Antonio Liberatore, dicendo che lui non poteva andare con gli altri a Palena.

Antonio, infatti, è stato lasciato per ore e ore da solo sulla sua carrozzella nella palestra della struttura insieme a una fisioterapista, senza cibo e senza medicine. Non è potuto andare con gli altri, perché, si è appurato solo in un secondo momento, risultava dimesso nel 2011.

A questo punto la signora ha chiamato la polizia. Nel pomeriggio Antonio è stato trasferito in un centro nella vicina San Giovanni Teatino (Chieti). Peccato che si tratta di una struttura a pagamento e la sua famiglia non è in condizioni economiche tali per potersela permettere.

L’ultima arma che ora è rimasta in mano al Comitato è fare degli esposti. Cosa alla quale si sta già lavorando.