L’AQUILA – “No alle aperture domenicali sempre e comunque dei centri commerciali in barba ai riposi settimanali”.

Questa la battaglia che alcuni punti vendita incastonati nella grande distribuzione stanno portando avanti contro i vertici dei grandi centri, appoggiandosi a due norme approvate di recente: l’ordinanza comunale che fissa in massimo 42 domeniche su 52 le deroghe all’obbligo di chiusura, e con i recuperi di lunedì, e l’emendamento al bilancio regionale presentato dal consigliere di Rifondazione Maurizio Acerbo, che sforbicia di altre 6 domeniche il tetto massimo di aperture festive.

Due norme in uggia alla grande distribuzione, e che trovano perplessi anche gli aquilani, che la loro preferenza l’hanno espressa chiaramente: senza centro storico, senza portici, i centri commerciali loro li vogliono sempre aperti la domenica, punto e stop.

È proprio contro questa visione che Silvia Carrozzi, una delle commercianti più attive sul tema caldo delle domeniche aperte, ha scritto una lettera ad AbruzzoWeb, di seguito riportata integralmente.

Nel testo, la titolare di un’agenzia di viaggi rifiuta l’idea di centro commerciale come centro di socialità post-terremoto, che pure molti sbandierano come un dato di fatto, rivendica i diritti dei commercianti a non essere sempre aperti e ad avere una vita personale, e invita gli aquilani a passare la domenica non nei negozi, ma in montagna, nei ristoranti, o magari in chiesa.

Punto di vista, questo, sostenuto da altri colleghi e che verrà ribadito negli “stati generali” del commercio convocati dall’assessore al ramo Marco Fanfani per martedì prossimo, 11 gennaio, per trovare un compromesso.

Domenica 9, invece, su richiesta di 43 di questi commercianti insorti contro le aperture domenicali, l’arcivescovo, monsignor Giuseppe Molinari, celebrerà una messa alle 11.30 alla chiesa delle Anime Sante. (alb.or.)

IL TESTO DELLA LETTERA

Sono rimasta alquanto sconcertata dai risultati del sondaggio che avete pubblicato ieri, inizialmente mi sono chiesta se si trattasse solo di superficialità, di poca chiarezza, poi ho pensato anche che noi piccoli commercianti siamo stati forse poco chiari nell’esprimere quale situazione abbiamo vissuto fino a ora e come ci sentiamo sollevati di fronte a un’ordinanza comunale che finalmente rimette un po’ di ordine nel panorama commerciale aquilano.

Sono delusa, amareggiata e mi sorge un dubbio, non capisco se effettivamente le persone non hanno compreso la nostra posizione rispetto a questa ordinanza comunale, oppure alla gente veramente non interessa se noi siamo schiavi di un sistema in cui il diritto al riposo settimanale non esiste più.

Anche il commerciante in quanto lavoratore e in quanto persona deve poter usufruire di un riposo, deve poter affermare un diritto inalienabile, quella alla vita e alla libertà personale.

Vorrei sentire cosa direbbero gli impiegati statali o presso privati, gli operai, i dipendenti di ogni categoria o settore del mondo del lavoro se gli venisse negato il diritto al riposo settimanale, frutto di antiche lotte sindacali, di battaglie combattute quando il concetto di diritto non era forse ancora conosciuto, ribadito e proclamato come nella società moderna, in cui il concetto di libertà è sempre in primo piano ma poi in concreto non siamo neanche liberi di essere informati su cosa accade intorno a noi, in un mondo in cui anche la libertà di informazione a volte si trasforma in disinformazione o illusione ottica.

Oppure i commercianti sono tenuti per motivi di mercato e che qualcuno osa definire “sociali” a diventare schiavi del consumo? Quando sento parlare della funzione “sociale” che i centri commerciali stanno svolgendo in città dopo il terremoto che ha distrutto i punti di aggregazione sociale del centro storico un brivido mi percorre.

Dove andremo a finire? Quando inizierà veramente la ricostruzione se gli interessi della grande distribuzione e quei pochi imprenditori e proprietari della periferia aquilana, se i fautori della “delocalizzazione”, riescono a vincere una battaglia contro i diritti sanciti dalla Costituzione Italiana?

Se la funzione che svolgiamo la domenica è una funzione sociale avrei una proposta: apriamo le gallerie e organizziamo concerti, balletti, teatrini per i bambini… Tenendo chiusi i negozi!

Se la gente viene da noi solo perché non ha un altro posto dove andare, perché il centro storico è distrutto, (abbiamo comunque montagne meravigliose, piste di pattinaggio, ristorantini tipici, maneggi, campi sportivi, eccetera) non deve necessariamente fare acquisti.

Inoltre pur non avendo in centro città i servizi di una volta non ci possiamo rassegnare allo stato attuale delle cose come se fosse normale.

Se continuiamo a non interessarcene noi aquilani in primis il centro storico resterà cosi per sempre, e non si potrà dare la colpa ad altri.

Dove sono le iniziative della pubblica amministrazione per risollevare le sorti del centro città? Quante cose si potrebbero fare ma non si fanno? È quindi vero che ci stiamo “abituando” a vivere in una città “fantasma”?

Molti commercianti che oggi hanno i loro punti vendita nelle gallerie commerciali sono stati costretti dalle gravi condizioni in cui versavano i loro locali a riaprire le attività nei centri commerciali, ma non vedono l’ora di poter tornare in centro, di ritrovare le loro abitudini, i clienti di una volta, lo stile di vita più “umano” che per colpa dell’amministrazione odierna sembra ancora un lontano miraggio.

I centri commerciali non sono un pronto soccorso ne una farmacia di turno! Non dobbiamo salvare vite umane, noi vendiamo beni di consumo che non sono primari; prima della nascita e del proliferare di centri e gallerie commerciali i clienti sapevano dove, quando e a che ora andare a fare acquisti per trovare i negozi aperti e sarebbe bello tornare ad avere abitudini che si fondano anche sul rispetto della vita personale di chi nei negozi ci lavora.

I commercianti sono lavoratori come gli altri, persone come le altre e hanno anche loro diritto a una vita personale e a riposarsi almeno un giorno a settimana, anche se il terremoto li ha “costretti” a riallocarsi nei centri commerciali.

Esistono leggi che tutelano i lavoratori e nella categoria rientrano anche i commercianti. Ribadiamo che la legge esiste e non la può creare il consumatore, né la grande distribuzione, come non la creano i piccoli commercianti.

Inoltre l’apertura domenicale a cui il cliente tipo sembra non voler rinunciare non comporta neanche un aumento dei fatturati, risulta invece per molte attività solo un aggravio di spese in termini di consumi energetici e costi del personale e non ci sono incassi tali da giustificare l’apertura continuativa 7 giorni su 7.

Aprire tutti i giorni non significa guadagnare di più, ma solo dispersione di vendite e costi ulteriori e se anche ci fossero incassi tali da giustificare l’apertura continuativa settimanale molti commercianti non accetterebbero comunque l’idea di vivere per lavorare, quando è ben noto a tutti che dovrebbe essere il contrario.

Le persone che vorrebbero l’apertura continuativa dei centri commerciali devono capire o forse solo ricordare che a parte comprare e vendere nella vita e nel tempo libero si può fare altro, e anche noi piccoli commercianti vorremmo fare altro, come ad esempio passare del tempo con i nostri cari, con figli e genitori, parenti e amici.

La domenica per molti è un giorno sacro, perché sono credenti e praticanti e in quanto tali hanno il diritto di professare la loro religione, di partecipare alle funzioni religiose in quello che è da sempre definito dalle Chiesa cattolica il “giorno del Signore”, non il giorno delle passeggiate al centro commerciale.

Chiediamo solo che non ci venga negata la possibilità di riposarci come è sancito dalla legge regionale, dalla Costituzione Italiana e da un’ordinanza comunale che ci auguriamo sarà effettiva a partire dall’11 gennaio, nonostante la minaccia della grande distribuzione, che potrebbe usare il ricatto della riduzione dei posti di lavoro per ottenere il suo scopo.

Le leggi esistono e molto spesso sono giustissime, il problema è sempre l’applicazione quando va a ledere gli interessi del potere, dei grandi e in questo caso della grande distribuzione.

Siamo lavoratori, ma non ci si può chiedere di sacrificare la nostra vita a una logica di solo profitto!

La mia vita vale di più, vale di più la mia libertà, valgono di più le mie soddisfazioni personali, i miei amici e la mia famiglia.

Io valgo di più di quanto guadagno al mese e dei “fantastici” incassi della settimana piena! Io prima di essere un commerciante sono una persona!

Silvia Carrozzi

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