L’AQUILA – Chissà cosa avrebbe pensato delle polemiche di questi giorni sulle parate per la ricorrenza della festa della Repubblica, lui che quei festeggiamenti e quelle passerelle politiche se le era lasciate alle spalle, pigiando l’acceleratore della sua Volvo 343 sulla via Nomentana, verso quel cielo sempre più blu.

Rino Gaetano moriva 31 anni fa e di anni ne aveva proprio 31 quando il suo genio poetico si spense contro quel tir sul quale si schiantò dopo aver perso il controllo della sua auto. Rino non morì subito, ma dopo essere stato rifiutato da ben cinque ospedali.

Non ha sopportato l’ennesimo rifiuto in una vita passata a non sentirsi accettato, in primis dalla sua famiglia, che non aveva mai accolto pienamente quello spirito così libero.

Mai il cielo era sempre più blu per lui, anche quando le cose non andavano proprio bene, quando veniva trattato come fosse un mezzo buffone da persone come Maurizio Costanzo o Gianni Boncompagni.

O quando gli si rimproverava di scrivere canzoni pescando in maniera “random” dal dizionario.
 
Invece le sue sono canzoni graffianti, piene di passione con punte di pura poesia.

Era il paladino degli sfruttati i malpagati e i frustrati, nemico di tutti i politici e i benpensanti conformisti che per primi sottovalutavano il potere delle sue canzoni.

Il mondo di Rino era fatto di santi che salivano sul rogo “vestiti d’amianto”, del paese delle P38 e donne non perdono neanche un minuto per fare l’amore, di Maria che se n’è andata insieme alla pasta scotta.

E di un’Italia che non lo ha mai voluto capire, fino in fondo. Elisa Marulli