L’AQUILA – “Sto vivendo un vero e proprio inferno. Mi sono ammalato a causa di questa storia e ho dovuto lasciare l’Esercito italiano dopo 32 anni”.
Una volta iniziato il processo che lo vede alla sbarra nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta “mappopoli” sulla realizzazione malfatta dei moduli abitativi provvisori tirati sul nel comune dell’Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009, l’ex primo maresciallo dell’Esercito italiano Rocco Ragone, rimasto agli arresti domiciliari per 78 giorni nel 2013, vuota il sacco attraverso AbruzzoWeb.
L’uomo, 55 anni, originario di Mola di Bari (Bari), ha alle spalle anche diverse missioni in Afghanistan ed ex Jugoslavia.
Nel post-terremoto, Ragone ha preso servizio presso la Protezione civile nella task force “Gran Sasso”, creata per la verifica dell’esecuzione dei lavori di costruzione dei moduli abitativi provvisori (Map) e il rispetto delle ordinanze di palazzo Chigi.
Il suo scopo, dice a questo giornale, è manifestare “tutte le incongruenze” della vicenda giudiziaria che lo ha travolto: rivendica dunque la sua innocenza, ma con parole segnate dalla sofferenza e un atteggiamento dignitoso.
La prima udienza dibattimentale al tribunale dell’Aquila, nei giorni scorsi, si è chiusa molto rapidamente con un rinvio al 7 aprile prossimo per difetti notifica a uno degli imputati.
I giudici sono chiamati a valutare una vicenda innescata da un’inchiesta legata alla cattiva realizzazione di 105 Map delle frazioni aquilane di Cansatessa, San Vittorino, Arischia e Tempera, costruiti per l’emergenza post-sisma del 6 aprile 2009 dalla Task Force Infrastrutture per conto della Protezione civile e successivamente sequestrati dalla magistratura.
In particolare quelli di Arischia, su richiesta del Comune dell’Aquila che ne è proprietario di tutto il patrimonio, compresi i 4.500 alloggi del progetto C.a.s.e., sono stati dissequestrati, ma molti altri sono in abbandono, in particolare a Cansatessa dove sono stati depredati e vandalizzati.
Gravi le ipotesi di reato, tra cui corruzione, malversazione, estorsione e truffa.
Sul banco degli imputati, oltre all’ex maresciallo, che ha subìto anche il sequestro dei beni con l’accusa di aver mal gestito, nella vesti di supervisore, i lavori di realizzazione dei Map, anche i due tecnici Luigi Giammarino e Mario Rinvenuto.
Altri cinque funzionari di ditte sono stati prosciolti in sede di udienza preliminare.
Ragone sarebbe finito sotto inchiesta sulla base di intercettazioni telefoniche e una perizia del 2012 sui Map messa a punto dal professor Antonello Salvatori dell’Università dell’Aquila, consulente della Procura in molti dei procedimenti sui crolli del post-terremoto.
Nell’aprile del 2015, però, è spuntata un’altra perizia di parte dell’ingegnere Paolo Tuccini disposta dal Gup, dopo che la difesa di Ragone, attraverso l’avvocato Amedeo Ciuffetelli, aveva chiesto l’incidente probatorio.
Questa la prima contraddizione sui cui punta la difesa: “La nuova perizia d’ufficio ha di fatto sconfessato la prima – spiega il legale di Ragone – ma a questo non è stato dato il giusto peso nel processo. È un documento importante perché attesta che i Map sono stati costruiti bene e nel rispetto delle regole”.
Per Ragone l’incubo è proseguito con un alternarsi di dissequestri e sequestri della casa di proprietà della sua famiglia, la cui costruzione risale al 2006, quindi tre anni prima del terremoto.
“È una profonda ingiustizia – commenta ad AbruzzoWeb – perché innanzitutto il mio ruolo non è mai stato, e sottolineo mai, quello di supervisore, come del resto si evince dai documenti ufficiali. A me era stato assegnato il ruolo, sta scritto nell’ordinanza della presidenza del Consiglio dei ministri numero 6732 del 26 ottobre 2009, di direttore operativo, ruolo che non prevedeva alcun potere decisionale, né tantomeno di supervisione, neppure tecnica, dei cantieri, né di firma”.
Insomma, per l’ex militare si trattava di “collaborare in diverse forme alla vita del cantiere, dalle prime luci dell’alba fino a notte fonda. Ribadisco, io non ero il supervisore – ripete -. Mi occupavo del controllo delle autorizzazioni del personale e dei mezzi presenti nei cantieri, oppure segnalavo il numero delle auto. Per poi riferire il tutto al direttore dei lavori”.
Nel frattempo, commenta con molta amarezza Ragone, “ho vissuto e continuo a vivere le pene dell’inferno, sono praticamente bloccato su diversi fronti, non posso accedere a un prestito, non mi è permesso vendere la casa perché ancora sequestrata e su cui sto tuttora pagando mutuo, la mia pensione è decurtata del 20 per cento”.
Ma c’è stata un’altra, spiacevole conseguenza.
“Nel corso di questi ultimi anni ho finito per ammalarmi da innocente colpito senza motivo, arrivando ad abbandonare il lavoro che ho sempre amato – svela – dopo tante missioni Onu nelle zone più difficili del mondo, dalla ex Jugoslavia all’Afghanistan. E dopo aver pure contribuito al bene della comunità aquilana che tanto ha sofferto a causa del terremoto”.
Lo sfogo di Ragone si conclude con un’altra amara considerazione: “In tutta questa storia, i miei datori di lavoro all’Aquila, cioè la Protezione civile e il Comune, mi hanno lasciato solo, mettendomi alla berlina di fronte a tutta l’opinione pubblica, dopo tutto il bene che ho fatto agli aquilani terremotati”.
L’avvocato Ciuffetelli torna infine sul sequestro dei 105 Map e sul dissequestro dei moduli di Arischia con una domanda polemica: “Perché l’amministrazione ha chiesto solo quelli, forse gli altri non servono? Eppure sono stati fatti bene”.
“È paradossale come non sia successa la stessa cosa, cioè il sequestro totale, nella vicenda dei balconi, dei tetti scoperchiati”, conclude, in riferimento all’altra inchiesta su difetti di costruzione che ha portato a 37 indagati e al sequestro di 800 terrazze: “Potrebbe essere che sia stata sequestrata la parte fatta meglio delle realizzazioni per l’emergenza abitativa”. (red.)






