L’AQUILA – Gino Di Clemente, americano, figlio di due abruzzesi. Madre aquilana e padre di Terranera (L’Aquila). È cresciuto nel Michigan e vive a New York, attualmente lavora alla borsa. Frequenta l’Italia annualmente (o quasi). Anche la moglie è di origini italiane.

Solo per un soffio, lavorava in una sede piuttosto che un’altra della sua società, è sfuggito alla tragedia dell’11 settembre. Avrebbe potuto esserci lui sulla torre Sud, assieme alle altre 3 mila vittime complessive degli attentati.

Dodici anni dopo, AbruzzoWeb ha raccolto la testimonianza di chi le torri colpite e poi crollate le ha viste da vicino. Un racconto di un fatto storico che, dice lo statunitense di origine abruzzesi, ha cambiato il modo di vivere e di rapportarsi di una popolazione.

La mattina di quella semplice giornata di settembre, io avevo 31 anni e mi sarei sposato a distanza di un mese. Lavoravo come operatore finanziario indipendente in una compagni chiamata Tradescape la quale mi forniva un ufficio, a Midtown Manhattan, nonchè i software necessari al lavoro.

Il tempo era particolarmente bello, una bella giornata di fine estate. Indossavo i sandali. Una peculiarità del mio lavoro era quella di non essere obbligati a indossare il vestito e la cravatta; una sorta di condizione simile a quella di chi oggi lavora per Facebook o Google.

In una qualche misura eravamo come dei pionieri, perché in fin dei conti l’azienda non ci stipendiava, ci affittava solo un ufficio, perciò credo che potessimo vestirci davvero come ci pareva.

Poiché vivevo a Queens, nella periferia di New York, arrivai in città con la metropolitana alla stazione della 51ma Strada a Midtown, verso le 9.00. Quando uscii all’aria aperta, nel cortile della Citibank, il sole risplendeva e mi sembrò di trovarmi per caso a un qualche festival di gala, in cui uomini di mezza età vestiti elegantemente, si spostano di dove in dove.

Perplesso, feci una battuta a uno di quegli uomini “Che cos’è, una riunione di pelati?”. Alcuni si girarono e ridendo sommessamente risposero “un aereo ha colpito le Torri Gemelle”. Pensoso, camminando verso Lexington Avenue sulla 57ª strada mi chiesi “perché evacuare un palazzo a Midtown quando nel cuore di Manhattan c’è un problema?”.

Arrivai alla mia scrivania, dove quasi tutti stavano guardando in televisione un’edizione straordinaria sulle due Torri. La cosa bizzarra e che avevo appena ricevuto un messaggio vocale in segreteria di mia madre da Detroit che mi chiedeva se stavo bene, “strano”, pensai, non erano che le 9.10.

Il messaggio diceva che un cugino di papà dall’Italia li aveva chiamati per sapere se io fossi ancora vivo. Le parole corrono come il vento, ecco perché quel cugino in Italia aveva saputo cosa stava succedendo prima di me.

Io e i miei colleghi cominciammo la nostra giornata lavorativa guardando alle azioni prima che aprisse il mercato azionario, che non apre prima delle 9.30. Stranamente quella mattina le azioni erano sorprendentemente basse, a tal punto da farci pensare che ci fosse un errore nel sistema.

Il collega di fianco alla mia scrivania era un volontario dei vigili del fuoco, e immediatamente andò a comprare una sorta di radio ricetrasmittente. Trovò velocemente la frequenza dei vigili del fuoco. Solo lui sembrava aver capito la gravità della vicenda, a noi altri sembrava una mera distrazione.

Quel giorno fu più che memorabile. Era passata un’oretta circa… La Tradescape aveva un altro ufficio all’82° piano nella Torre Sud… E sinceramente era l’ufficio nel quale mi sarei voluto trasferire. Il terribile pensiero di quella mattina che spesso mi attanaglia è che se avessi lavorato in quegli uffici nelle Torri, oggi sarei morto…

Perché? Per due ragioni e più. Primo, conoscendomi, se fossi stato li dentro, e non essendo consapevole dell’accaduto, perché nei piani bassi nessuno era al corrente della situazione, non sarei assolutamente evacuato ma sarei salito per andare a vedere l’impatto dell’aereo contro la Torre Nord; e secondo, stavo seguendo delle azioni da tutta la notte e quelle mi avrebbero certamente tenuto incollato alla scrivania, ignorando l’allarme di evacuazione.

Questo sarebbe derivato dal fatto che il personale dell’edificio a Midtown era abituato a ignorare gli allarmi di incendio perché potevano essere alle prese con delle azioni a rischio che interessavano centinaia di milioni di dollari e non potevano rischiare di perderle per un presunto allarme incendio.

Quando il secondo aereo colpì la Torre Sud era all’incirca l’orario in cui il mercato che ci interessava chiudeva, perciò io e i miei colleghi decidemmo di uscire per capire cosa stesse accadendo e realizzammo che si trattava di qualcosa di fenomenale.

La maggior parte di noi si recò nel centro di Central Park credendo di poter essere maggiormente al sicuro… Io rimasi indietro e presi l’iniziativa di provare ad arrivare in centro per curiosare. Le metropolitane e gli autobus smisero di transitare in direzione Sud, si poteva andare solo fuori Manhattan… Tutti si muovevano freneticamente per cercare di lasciare l’isoletta, perciò i trasporti erano tutti zeppi e non disponibili.

Il mio collega e vigile del fuoco riuscì a dirigersi verso Sud con un mezzo dei pompieri, ma era stato diffuso il divieto di recarsi nella zona interessata a eccezione delle autorità, quindi non mi fecero andare con loro. Così rimasi bloccato a Midtown fino alle 5 di pomeriggio cercando un modo per poter raggiungere la mia futura moglie. Cercare un passaggio era impossibile, altrimenti, avrei dovuto camminare 12 miglia per arrivare a casa.

Riuscii ad andare a Ground Zero pochissimi giorni dopo, sperando di potermi rendere utile… Ma non c’era niente che si potesse fare in una “zona di guerra” senza un adeguato addestramento. Le settimane successive la città era inondata di un fortissimo odore acre di sostanze chimiche carbonizzate, talmente nauseabondo da poterlo addirittura “gustare” in gola.

Tutte quelle persone che avevano perso notizie dei propri cari giravano in uno stato di completa confusione che li intorpidiva. Tenevano in mano fotografie con su scritto “scomparso” senza sapere che cosa fare. Erano indifesi e sembravano bambini piccoli tristi per la scomparsa del loro cane. La cosa terribile da vedere era che si trattava di adulti… smarriti come bambini.

Queste persone, nei sei mesi successivi continuarono a piangere le loro perdite apertamente e pubblicamente, continuando ad affiggere fotografie e cartelli. In quei sei mesi Manhattan si trasformò in un collage di fotografie dei 4.000 dispersi appiccicate letteralmente ovunque. Tutta la nazione contribuì attraverso donazioni e servizi di volontariato, tonnellate di fondi e provviste arrivarono da ogni singolo Stato.

La settimana successiva al disastro, lasciai la mia scrivania nell’ufficio a Midtown a un collega che lavorava nell’ufficio della Torre Sud, lui almeno riuscì a scappare ed è uno dei pochi fortunati. Credo di non averlo mai sentito parlare se non con monosillabi per alcuni mesi successivi… Il suo silenzio era assordante!

A ottobre mi sposai e avevamo previsto di andare alle Maldive, il nostro volo fu cancellato per ulteriori motivi di sicurezza nazionale, quindi ripiegammo sul territorio nazionale per non avere problemi di sorta.

Un mese dopo il mio matrimonio, ci fu un colpo di scena. Mi trovai nell’ascensore della mia azienda con il presidente della Cantor-Fitzgerald bond-trading company, la stessa compagnia che perse 658 dipendenti nel disastro.

Ebbene, lui era la stessa persona che vidi in tv quasi ogni giorno disperarsi quasi istericamente. Dopo il disastro lui e i restanti 300 impiegati si trasferirono nel nostro stabile. Quella dannata mattina quell’uomo fu molto fortunato a trovarsi con suo figlio all’asilo. Ancora oggi, a 12 anni di distanza, vi sono rimandi quotidiani a quel fatto; in ogni piazza o parco c’è sempre una targa in bella vista per onorare i cittadini caduti.

New York è l’emblema del puro capitalismo, della modernità e dell’individualismo; per sua natura la mentalità che prevale è quella “uomo mangia uomo” ognuno per conto suo, al massimo della competitività. O nuoti, o vai a fondo. Si dice che se riesci a sopravvivere a New York, allora riuscirai a prosperare in ogni luogo.

Purtroppo, però, questo atteggiamento porta a un forte disinteresse per il prossimo, perché l’altro è solo un avversario da battere. Dopo quel giorno storico, ho visto per la prima volta, estranei parlarsi nell’autobus o sulla metropolitana, parlarsi per davvero, provando interesse per ciò che l’interlocutore dice.

Ho visto conoscenti andare insieme come mai prima, in una maniera diversa dalla norma. La particolarità di noi americani, rispetto agli italiani, è che noi mangiamo cibi disgustosi, viviamo per lavorare invece che lavorare per vivere, probabilmente viviamo in una maniera non invidiabile, però la nostra capacità di far fronte alle difficoltà e alle tragedie come un singolo popolo solidale e premuroso, non appartiene, forse, a nessun’altro popolo al mondo!

Testo raccolto da Sandra Console