L’AQUILA – Primo maggio, festa dei lavoratori. Luisa, nome di fantasia. Barista in un noto locale dell’Aquila. Pagata quattro euro l’ora, rigorosamente in nero, licenziata perché si è rifiutata di andare al lavoro con abiti provocanti e succinti per attrarre clientela maschile.

Questo è solo uno dei casi che racconta Fabio Cros, precario aquilano, tra i tanti che ha raccolto, da quando fa il volontario allo sportello dei diritti negati, aperto a febbraio da giovani aquilani al Medialab di Casematte, spazio occupato nell’area dell’ex-ospedale di Collemaggio.

“Per ora – spiega Cros ad Abruzzoweb – offriamo consulenza legale, grazie alla collaborazione di avvocati, ovviamente a titolo gratuito, e cerchiamo di offrire un servizio, un aiuto ai tantissimi precari parasubordinati, occasionali, intermittenti, ai lavoratori in nero e chi ha perso lavoro. Persone che non si rivolgono più ai sindacati, da cui non si sentono più rappresentati, perché non risolvono i loro drammatici problemi. Giovani e meno giovani che spesso si richiudono in se stessi, nel guscio familiare, per chi ne ha uno a disposizione”.

Neanche lo sportello potrà forse risolvere i tanti casi che gli vengono denunciati, ma intanto offre un importante quadro delle condizioni di lavoro nel territorio aquilano, oltre la cortina di fumo della retorica post-sismica della città che rinasce dalle sue macerie.

Cros prende in mano le schede e comincia a snocciolare un impietoso campionario: “Ieri è venuto un ragazzo assunto a tempo determinato, poi gli è stato convertito il contratto a tempo indeterminato, e dopo qualche mese è stato licenziato grazie alla riforma Fornero che permette di derogare all’articolo 18, per sopraggiunte cause economiche. Ora si ritrova indebitato e senza nemmeno poter usufruire della cassa integrazione. Stiamo cercando di dare una mano, o almeno dare un conforto a una ragazza che lavora in un ristorante, costretta a lavorare fino a notte fonda, per meno di 5 euro l’ora in gran parte in nero.

Cros è un fiume in piena: “Sono tantissimi i casi, soprattutto nella ristorazione, e se le lavoratrici sono donne, di contratti occasionali, per prestazioni lavorative che di fatto sono subordinate e continuative, con la differenza non da poco, però, che ceti contratti capestro, non prevedono versamenti pensionistici, né malattia, né ferie, né altre tutele. Poi c’è chi lavora in istituti di bellezza per tre euro l’ora. Giorni fa è venuta una  signora a denunciare il malfunzionamento dei centri dell’impiego: è iscritta da dieci anni e non ha mai ricevuto un’offerta, e neanche una telefonata”

E ancora: non si contano gli esempi di giovani lavoratori di call center a cui lo stipendio il primo mese lo paga l’agenzia interinale, finanziata dallo Stato, ma poi, spiega Cros, “l’azienda ne approfitta, mandando via i lavoratori dopo il primo mese, obbligandolia rispettare obiettivi di vendita oggettivamente irraggiungibili. In questo modo l’azienda massimizza la produzione, si fa bella perché porta lavoro nell’Aquila terremotata, ma nessun aquilano potrà avere grazie a loro un futuro lavorativo”.

Alla domanda se il mondo dell’informazione si è mai interessato al servizio che stanno svolgendo, Cros così risponde:“Quasi mai, in compenso sono venuti ragazzi che lavorano in testate giornalistiche e televisive locali a denunciare casi molto gravi di sfruttamento, di mancati pagamenti, di abuso dello strumento dello stage, di umiliazione di una professione che è un pilastro della democrazia’’.

Se poco o nulla riescono a fare i sindacati contro la piaga dello sfruttamento e del lavoro sommerso, viene da chiedersi cosa possano fare dei precari volenterosi che hanno messo su un piccolo sportello.

“Intanto – risponde Fabio – è un modo per confrontarci, per avere un quadro più preciso della situazione sociale a L’Aquila. Magari un giorno saremo in grado di mettere su una class action, creare una mobilitazione degna di queto nome per rivendicare il nostro diritto ad un lavoro dignitoso, impore all’agenda politica del terremoto il dramma della precarietà che non gode di nessun ammortizzatore sociale. Non si sa nemmeno quanti sono i lavoratori parasubordinati, saltuari e in nero in questo territorio. Faccio un esempio: i call center che sono prolificati dopo il sisma, approfittando delle agevolazioni oramai assumono solo tramite agenzia interinale. Tanti precari però che non raggiungono la soglia minima di sopravvivenza, vengono considerati dalle statistiche ufficiali come occupati a tutti gli effetti, a pari di un dipendente pubblico”.

“Tanti ragazzi – dice con un pizzico di amarezza – stanno andando via dall’Aquila e non perché è ancora una città terremotata, da ricostruire in buona parte, ma perché non c’è lavoro, e con quello che c’è difficilmente riesci a viverci. E c’è anche scarsa solidarietà tra aquilani, che ci si auspicava, dopo aver condiviso tutti il dramma del terremoto”.

E chi resta, come Luisa, non può nemmeno farsi chiamare per nome e cognome, per paura di ritorsioni, di avere difficoltà a cercare un lavoro. Invisibile per autodifesa, come i tanti problemi di una città che rischia di essere ricostruita solo per chi come dipendenti pubblici, pensionati, benestanti e possidenti, e (sempre meno) lavoratori autonomi, potranno permettersi di viverci e di non emigrare.