L’AQUILA – Rabbia e sconforto da parte dei produttori di zafferano di Navelli (L’Aquila), famoso in tutto il mondo, che hanno perso buona parte del preziosissimo raccolto a causa delle scorribande dei branchi di cinghiali.
A lanciare l’allarme è il presidente del consorzio per la tutela dello zafferano dell’Aquila Giovanni Mastropietro: “Il nostro raccolto – spiega – è oramai severamente compromesso, la perdita dei bulbi di zafferano è di circa l’80 per cento e ogni giorno che passa il danno aumenta”.
Non sono servite neanche le recinzioni metalliche ed elettrificate con cui gli agricoltori aderenti al consorzio hanno cercato di proteggere i loro campi.
“È stato tutto inutile – assicura Mastropietro – i branchi di cinghiali travolgono e devastano tutto, sono diventati una vera e propria calamità naturale e sociale, non solo per gli imprenditori agricoli ma anche per chi percorre la statale 17”.
Mastropietro a nome del consorzio chiede dunque “l’abbattimento totale o selettivo dei branchi di cinghiali presenti sul territorio e in forte sovrannumero, al fine di ripristinare il naturale equilibrio”.
Chi da tempo solleva il problema dei danni provocati dalla fauna selvatica è l’associazione di allevatori Cospa, che con il suo presidente Dino Rossi richiama il Parco nazionale Gran Sasso Monti della Laga alle sue responsabilità: “Il Parco -spiega Rossi – ha posizionato trappole di cattura e poi ha concesso agli agricoltori all’interno delle aree protette di erigere recinzioni nei loro campi coltivati. Il risultato è stato che i cinghiali si sono riversati al di fuori delle aree protette in gran quantità e più affamati degli altri anni. Insomma: gli agricoltori ricadenti al di fuori dell’area protetta, come sull’altopiano dei Navelli e nella valle di Ofena ingrassano i cinghiali che poi catturano i loro colleghi ricadenti nel parco ai quali è stato anche concesso la vendita delle carni”.
La recinzione dei terreni, osserva poi Rossi, possibile per piccoli appezzamenti, è di difficile adozione e di scarsa efficacia per le coltivazioni più estese, come quelle di Navelli e Ofena.
“La valle di Ofena – spiega Rossi – comprende tutta la valle del Tirino che si estende da Ofena fino a Bussi officine, una valle attraversata da strade di accesso, dalla statale 153 e da corsi d’acqua: si ha vaga idea di quanto lavoro ci vuole per ergere un recinto? Un recinto per cinghiale , che non funziona, che tra qualche anno dovrà essere modificato per cervi e caprioli, che già cominciano fare danni aumentando di numero”.
“La mia azienda agricola – prosegue Rossi – è stata una delle prime ad utilizzare il recinto elettrico, ma si è constatato che se più animali contemporaneamente toccano la recinzione elettrificata non è efficace, perché la scarica la prende un solo animale e altro passa. Per non parlare della manodopera che necessita ogni giorno: tutto il perimetro deve essere monitorato per verificare se qualche ramoscello si appoggia sul filo elettrico, bisogna toglierlo altrimenti neutralizza la recinzione”. (f.t.)



