L’AQUILA – Piano con gli allarmismi, va bene. Piano con le analisi a caldo, piano pure con quelle a clima tiepido. Va benissimo.
Ma che qualcosa all’Aquila stia cambiando e la tensione sociale segua, se non di pari passo, quantomeno a poca distanza lo squallido andazzo burocratico-affaristico che attanaglia la ricostruzione, quindi il futuro, della città, non si può negare. Sarebbe disonesto e scioccamente buonista.
Del quadro generale aquilano, ultimi ‘allarmi’ da rissa compresi, ne abbiamo parlato con lo psichiatra Vittorio Sconci.
Dottor Sconci, la rissa in due puntate nella notte tra giovedì e venerdì ha lasciato brutti strascichi, ma il disagio sociale all’Aquila non lo affronta nessuno.
Viviamo un momento molto particolare. Io lo definisco ‘adolescenza sociale’.
Si spieghi meglio.
Dopo il terremoto, siamo passati da una fase di protezione, quindi assistenziale, a una fase di autonomia. Come per l’adolescenza, ciò che manca all’Aquila è la capacità di essere autonomi. In genere, nell’arco di sei, otto mesi da quando accade qualcosa di catastrofico, il disagio è visibile e si manifesta chiaramente. Da noi è esploso a due anni di distanza, vuol dire che siamo ancora in una fase di assistenza.
L’Aquila è maggiorenne da parecchio, non dovrebbe contare sulle proprie forze?
Evindentemente non è in grado di farlo. Quando è ora di prendere la situazione in mano qualcuno riesce a farlo, altri no. A livello sociale manca una coscienza comune capace di dire dove si andrà a finire. Guardiamo gli adolescenti che vivono all’Aquila: cosa vedono? Stanno crescendo, gli anni stanno passando anche per loro e non hanno idea di come cresceranno, come diventeranno uomini. Lo stesso vale per la città. Non è stata ancora sviluppata un’immagine di come potrà essere nel futuro e la comunità risente di questo buio. È un esempio chiarissimo di ‘adolescenza ricostruttiva’. La crisi dell’adolescenza è fondamentalmente questa.
Le istituzioni ci sono dentro fino al collo in quanto a responsabilità?
Basta dare un’occhiata al sindaco. Per lui è sempre colpa degli altri, lui non ci pensa nemmeno ad assumersi le responsabilità, non è capace, non dà l’esempio ai cittadini. Si può pensare a una comunità autonoma con un sindaco del genere, uno che non è padrone di sé stesso? Nei giorni scorsi in Inghilterra è successo di tutto, ma non bisogna stupirsi: l’Inghilterra è sprofondata quando al posto di Tony Blair hanno messo gente inadatta, vuota, senza spina dorsale. E infatti la società inglese è peggiorata.
Perché c’è sempre bisogno di una figura di riferimento, di un modello sa seguire? Non si può fare bene anche senza?
Al centro di tutto c’è la politica e la politica la fanno gli uomini. Se la politica è sbagliata, sarà sbagliato anche il posto in cui si vive e la comunità ne pagherà le conseguenze. Una cultura di riferimento deve pur esserci, altrimenti non si va da nessuna parte. La crescita dell’Aquila è bloccata da cinquant’anni da una politica inadatta, il bisogno di cambiarla da capo a piedi è grandissimo.
E come?
Mettendo al centro di tutto la cultura. Le cito Norberto Bobbio, per il quale era necessario seguire la politica della cultura e non il contrario.
Vede nel capoluogo qualcuno capace di mettere in pratica questa filosofia?
Sì. Le persone buone per farlo ci sono, gli va solo dato spazio.
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