L’AQUILA – “Si vuole ricostruire L’Aquila? Benissimo, si esca dall’Euro immediatamente, ormai lo hanno capito tutti che è una truffa che ha distrutto l’economia italiana. Oppure, in attesa, l’Italia smette di dare soldi per il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e risolve le emergenze come L’Aquila, che diventerebbe un vero e proprio volano per far ripartire l’Italia intera, non soltanto la regione abruzzese. Basta, si sfora pure il deficit/pil. Il governo italiano dice semplicemente ‘ho altre urgenze, non pago più perché devo risolvere i problemi che ho in casa’. Ma per fare tutto questo bisognerebbe avere una classe politica con gli attributi. E in Italia non c’è”.

Schiodare il professor Antonio Maria Rinaldi, docente di Finanza Aziendale presso l’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara, dalla posizione tecnicamente e moralmente contraria a questa moneta Euro e a questi Trattati europei, è letteralmente impossibile.

Domani il professore, che ha ‘vergato’ contro l’Euro non soltanto in cattedra, ma anche su libro (Europa Kaputt, (s)venduti all’Euro e Il fallimento dell’Euro), sarà nella ‘sua’ Pescara per un convegno che tratterà il tema dei vincoli e dei rapporti con l’Ue anche a livello regionale e la possibilità che alcune significative previsioni dei Trattati dell’Unione Europea possano coesistere con i principi fondamentali della Costituzione.

Dalle ore 17 in poi, presso l’Auditorium ‘Petruzzi’ del Museo delle Genti d’Abruzzo, spazio a Rinaldi, a Luciano Barra Caracciolo, presidente di Sezione del Consiglio di Stato e autore del libro Euro e (o?) democrazia costituzionale, e a Gennaro Varone, sostituto procuratore della Repubblica. A organizzare e moderare l’incontro, il consigliere regionale del Movimento 139, Carlo Costantini.

Nel mentre, Rinaldi dà spazio ad AbruzzoWeb per un’intervista a trecentosessanta gradi sull’argomento, l’Euro, più importante della storia d’Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Professor Rinaldi, anche L’Aquila, al netto delle responsabilità delle istituzioni locali, deve fare i conti con l’Europa che non ammette sforamenti del rapporto deficit/pil fissato al 3 per cento. In parole più semplici, vietato ricostruire la città terremotata. Perché altrimenti l’Unione Europea si incazza.

Purtroppo non è soltanto L’Aquila a soffrire questa creatura allucinante chiamata Eurozona. Tutte la amministrazioni pubbliche italiane non possono usare i soldi che sono nel cassetto, perché i soldi ci sono. Ripeto, l’Eurozona è una creatura allucinante.

Ma l’Italia continua a non fare quel che fanno altri Paesi.

Non abbiamo alcun peso in Europa. La Spagna è quasi al 7 per cento del rapporto deficit/pil, la Francia al 4,5, noi siamo praticamente alla fame e continuiamo ad accettare l’omicidio legalizzato della nostra economia. Se il nostro governo fosse composto da gente con gli attributi si potrebbe dire adesso, in questo momento: cara Europa, d’ora in poi faccio come mi pare. Le regole dell’Unione Europea sono rigide e assurde, il numero 3 del rapporto deficit/pil è piazzato lì assolutamente a casaccio, non c’è nessuna base economica che lo giustifichi e lo supporti.

E le emergenze che ormai in Italia sono quasi un cancro? Non c’è solo L’Aquila, tutta la nazione deve affrontare guai enormi.

In questo Paese ci sono asili che non hanno soldi per pagare le mense. Siamo alla canna del gas, ma se la popolazione italiana, tutta, non capisce che per ripartire si deve dire addio alla truffa dell’Euro, una moneta a cambio fisso, quindi economicamente insostenibile, ai Trattati che ci uccidono con regole terrificanti e che tutto il resto, cioè la lotta all’evasione fiscale, le auto blu, i privilegi dei politici, pure se scomparissero domattina non salverebbe il nostro Paese dal tracolo, purtroppo non si può fare niente. Non si salva L’Aquila, non si salva l’Italia. Questa era una grande nazione pur con tutta la corruzione e gli sprechi, che però, va detto ad alta voce, fanno parte anche degli altri Paesi.

Possibile? La Germania per molti è un esempio da seguire.

Prendiamo il ‘nero’. La Banca d’Italia dice che in Italia rappresenta il 17 per cento del prodotto interno lordo, circa 255 miliardi di euro. La bella e brava Germania che bastona tutti, invece, è a circa 400 miliardi di euro, ma loro sono biondi e belli, noi brutti e sporchi. Gli altri ci strillano e noi non rispondiamo. Sono discorsi macroeconomici, la macroeconomia va studiata, bisogna informarsi, perché poi le cure proposte, se la malattia non è compresa, non funzionano. E il malato muore.

Tornando a L’Aquila. Alcune proposte di ingegneria finanziaria, come quelle firmate dall’economista statunitense Warren Mosler, per reperire i fondi necessari alla ricostruzione, circa 1 miliardo l’anno per cinque anni, non sono state ‘digerite’ dai tecnici del nostro ministero dell’Economia. Cosa significa per lei che per primo in Italia portò certi strumenti finanziari?

Che l’Europa, cioè la Germania e la Francia, comandano in Italia perché l’Italia si fa comandare. E che per far capire certi argomenti ai nostri tecnici servono sforzi enormi, non tutti sono preparati. Non mi stupisco che si sia detto di no, io stesso ho affrontato difficoltà terribili con i tecnici sin dagli anni ’80. Siamo in mani altrui, la nostra ricchezza va eliminata, questa è la verità. Che diamine, l’Italia ha dato più di 50 miliardi di euro per i contributi del Mes, del fondo salva-Stati, per andare in soccorso dei Paesi in difficoltà. E questi soldi dove sono? Ve lo dico io, la liquidità sta parcheggiata in strumenti finanziari da tripla A, oggi solo in Germania, cioè in titoli del debito pubblico tedesco. Noi siamo andati a finanziare il debito pubblico tedesco. E L’Aquila non viene ricostruita. Allora, capiamoci bene: ‘tu’ Europa mi blocchi la ricostruzione dell’Aquila perché non posso sforare il 3 per cento deficit/pil? Perfetto, ‘io’ Italia blocco i pagamenti con cadenza trimestrale, non ti do più un soldo e penso agli affari miei. E ti blocco pure il pareggio di bilancio, cioè lo sforo, spendo, aumento il deficit. E vediamo un po’ come si mette la questione.

Rimbalziamo all’evasione fiscale. Difficile far capire l’importante di un certo tipo di evasione fiscale agli italiani che vogliono annientarla.

L’evasione fiscale va perseguita, credo che sia fatto in modo piuttosto evidente, ma va spiegata una cosa una volta per tutte: il nero, o almeno una parte di nero, è il vero ammortizzatore sociale italiano. Può non far piacere, ma è così.

Non dovrebbe far piacere neppure la bacchettata sulle mani italiane da parte di chi con l’Italia non ha nulla a che vedere.

Gli stessi governi sono stati estraniati, conta solo l’Unione Europea, neanche il Parlamento europeo conta qualcosa. Il Trattato di Lisbona dal 2009 ha anche tagliato le competenze del Parlamento, chi decide sta da un’altra parte e deve fare i comodi di Germania e Francia. E quando qualcuno come Olli Rehn, vice presidente della Commissione europea e commissario europeo per gli Affari economici e monetari, viene da noi a rimbrottarci, i nostri politici applaudono. Assurdo.

Sull’Aquila terremotata si mettono in mezzo forti dubbi sul possibile utilizzo dei fondi. Insomma, c’è il timore che vengano spesi male o rubati, casi del genere fanno parte dei primi cinque anni post-sisma.

E allora? Per le ruberie esiste la magistratura, chi sbaglia deve essere punito, non c’è da discutere. Qui non è in discussione questo, ma l’assenza di sovranità monetaria e di bilancio di uno Stato. Quanto serve all’Aquila? Sei miliardi? Eccoli, pronti. Poi tutti a controllare che vengano spesi bene e con serietà. Ma sul fatto che devono essere spesi non deve esserci alcun dubbio, altrimenti l’economia muore, quindi muore la gente, muore la comunità, muore la città, muore il centro storico, muore  il futuro di chi vive all’Aquila. Fa rabbia questa situazione perché la città, se partisse davvero la ricostruzione pesante, quella che l’Europa nega, moltiplicherebbe i soldi stanziati, cioè farebbe economia vera. E l’Italia potrebbe finalmente riprendere la strada interrotta a causa di una follia chiamata Euro. Con la battaglia per il capoluogo d’Abruzzo, il Paese può finalmente riprendersi le chiavi di casa. Riprendiamoci le chiavi di casa. Partendo dall’Aquila.