L’AQUILA – “Verificheremo le 250 cose fatte dal rettore Ferdinando Di Orio ma ci aspettiamo altre 1.000 che non sono state fatte”.
Questa la severa provocazione del professore Sergio Tiberti, docente di Igiene alla facoltà di Medicina dell’Università dell’Aquila, negli ultimi mesi al centro di un continuo duello con il rettore.
Sull’ultima conferenza stampa tenuta dal rettore aquilano, quella in cui è stato presentato un dossier di cose fatte nell’ultimo triennio in risposta alle caustiche critiche dell’Ocse, il professor Tiberti non usa mezzi termini.
“Un intervento inutile quello di Di Orio, che avrebbe potuto esternare le sue dichiarazioni già a marzo scorso (data del documento dell’organizzazione internazionale, ndr). Non sappiamo perché non l’ha fatto allora e si è precipitato proprio adesso”.
“Sulle notizie di trasferimento nelle strutture – precisa poi Tiberti – vorrei sapere come ora la governance si regolerà con il caso degli affitti. Capannoni che non prevedono i ricchissimi contratti. E allora mi domando: l’università quante penali dovrà pagare? Quanti affitti residui si dovranno scontare? Per il bene dei costi dell’università, mi auguro che ci sia un senso civico dei padroni dei capannoni”.
Di Orio ha infatti annunciato il ritorno della facoltà di Ingegneria alla sua sede di Roio e di quella di Lettere nel nuovo edificio al vecchio ospedale San Salvatore.
Quanto al siluramento del progetto da 12 milioni di euro per costruire un cerntro di ricerca dell’Eni, anticipato da AbruzzoWeb, per il prof “non ci sono scuse. La governance è la prima responsabile – attacca – Abbiamo criticato i vertici per salvarli e abbiamo atteso che il rettore non accettasse la proroga”.
Per Tiberti, “una città come L’Aquila non dovrebbe campare con la sua ‘fabbrica’”, così è stato definito l’Ateneo dal rettore ma si tratta di un termine “improprio”.
“L’università non è un’impresa – chiarisce infatti il prof – ma un’accademia che produce una classe dirigente. Quando lavoravo a Roma, il mio rettore Ruberti mi insegnò una grande cosa; quando andava a fare conferenze amava dire: adesso vi dico quello che non ho fatto. Questa è stata la sua grande lezione. E mai come ora potrebbe essere utile a qualcuno”.
“Sarebbe necessario – conclude Tiberti – un vero e proprio reset della classe dirigente. Il personale qualificato c’è per rinnovarla. Non ci sono alternative per uscire da questa profonda, esiziale immobilità”.





