L’AQUILA – Il professor David Adacher ripercorre le tappe principali del processo che portò all’Unità d’Italia, sottolineando l’importanza di educare alla memoria storica. Questo il testo della lettera scritta dal docente di Italiano e storia:

Percorrendo la statale in direzione di Rieti, poco prima di Antrodoco un cartello giallo segnala che il 7 marzo 1821 in quei luoghi vi fu la prima battaglia del risorgimento italiano.

Questa indicazione mostra quanto fu lungo il processo di cui le giornate dal 14 al 17 marzo 1861 indicarono un momento fondamentale (gli atti legislativi della nascita del Regno d’Italia), ma certamente non conclusivo.

In quel giorno di marzo di centonovanta anni fa si scontrarono soldati agli ordini del generale Pepe, che difendeva una fragile rivoluzione nel regno delle Due Sicilie (che aveva costretto il re Ferdinando I a concedere qualche mese prima la Costituzione) e le truppe austriache accorse in aiuto del sovrano, agli ordini del generale Frimont.

Lo scontro si risolse con la vittoria degli austriaci.

Quindi, nelle celebrazioni per l’Unità d’Italia, si tenga conto anche di quanto è avvenuto prima: si conoscano i fatti, altrimenti si rischia ancora una volta che la giornata del 17 sia per molti occasione di semplice festa -oppure sia boicottata- senza acquisizione consapevole e critica di quanto accaduto (medesimo problema che si prospetta per altre diverse e importanti “giornate”: della Memoria, del Ricordo, della Liberazione, della Repubblica) .

Si trovi dunque tempo per andare negli archivi, dove si possono vedere gli atti dei processi intentati contro i tanti (in massima parte molto giovani, come ha ricordato alla platea televisiva Benigni) che volevano la libertà, i quali, per avere diffuso bigliettini con scritto “viva la libertà”, o per avere indossato coccardine tricolori rischiavano dure condanne.

Si leggano i proclami di Pepe che incitava il popolo ad unirsi a lui, o quelli del suo avversario che ammoniva i napoletani a non schierarsi con ”una detestabile rivoluzione”.

Ci si riappropri dei ricordi legati alle rivolte di Penne del 1837 e di Aquila del 1841.

Si leggano nel “Giornale dell’Intendenza” l’esaltazione per le rivolte del 1848, oppure i commossi scambi di saluti tra gli ufficiali del 7° di Linea, in partenza per il Nord, venuti per istruire la Guardia Nazionale Aquilana, e i nostri concittadini, in nome di un non retorico sentirsi italiani (meditino su questo i leghisti e similari…).

Insomma, si educhi alla memoria storica, senza enfasi, con la massima obiettività, senza nascondere le mancanze, gli errori, le contraddizioni del nostro Risorgimento (e, in genere, del nostro passato, anche recente): anche così avremo modo di crearci degli “anticorpi” in questa nostra Italia in cui i concetti di Stato e di Senso dello Stato sono deboli, in cui la nostra identità collettiva è incerta.