CHIETI – La promozione a funzionari di 18 dipendenti dell’Università di Chieti-Pescara con graduatorie ritenute scadute continua a infiammare il clima all’interno della “D’Annunzio”.
Dopo la notizia di un ricorso al Tar presentato da una lavoratrice dell’Ateneo, parlano due protagonisti della vicenda.
Il rettore, Carmine Di Ilio, che difende la scelta addossando però la decisione al direttore generale, Filippo Del Vecchio, e il rappresentante del personale all’interno del Senato accademico Goffredo De Carolis, che a fine novembre dell’anno scorso ha presentato una diffida a non procedere perché ricorrevano “vistosi profili di eccesso di potere, suscettivi di esporre gli organi centrali di Ateneo all’iscrizione di significative responsabilità personali e collegiali di ordine amministrativo ed erariale”.
IL RETTORE: “IL TAR DIRA’ SE ABBIAMO FATTO BENE O MALE”
“Se abbiamo sbagliato a prendere quella decisione – spiega sereno il rettore – a questo punto non può che dirlo il Tar, siamo in democrazia, ci sono gli organi preposti chiamati a tutelare chi ritiene che i suoi diritti siano stati lesi”.
Il riferimento è a un corso-concorso interno concluso nel 2008: nonostante il bando prevedesse la validità degli elenchi per 24 mesi, con un provvedimento l’Ateneo ha pescato da quelle graduatorie per promuovere altre 18 persone in aggiunta alle 17 vincitrici della procedura selettiva.
Di Ilio, sulla legittimità dell’atto amministrativo, tira in ballo Del Vecchio: “Mi ha detto che si può fare, io faccio il rettore e non ho competenze specifiche sull’aspetto amministrativo – afferma – Io, comunque, ho condiviso la scelta perché premia lavoratori che hanno dato tanto alla nostra università e che hanno sempre svolto mansioni superiori a quelle assegnate”.
“Dietro quei 18 nomi ci sono altrettante storie di impegno e dedizione – sottolinea ancora Di Ilio – che abbiamo voluto valorizzare”.
“Non so chi abbia ragione – conclude il rettore – se chi ha fatto la diffida e il ricorso o noi, se abbiamo commesso degli errori sarà il Tar a giudicarlo e se verremo condannati pagheremo”.
L’ACCUSATORE: “NON UN DISPETTO, MA QUESTIONE DI GIUSTIZIA”
Da parte sua, De Carolis precisa che “non si è voluto fare un dispetto ai colleghi che oggi hanno una posizione migliore e stipendi più elevati, ma è una questione di giustizia”.
“A Del Vecchio era stato precisato più e più volte dal Consiglio di amministrazione che questa cosa non si poteva fare, eppure ha scelto di procedere ugualmente”, spiega De Carolis, il quale, come Di Ilio, si affida al giudizio definitivo dei giudici amministrativi.
“Ora decideranno loro chi ha ragione”.
Ha collaborato Sara Ciambotti



