CHIETI – “È un film già vissuto”. 

Così l’ex direttore generale dell’Università “D’Annunzio” di Chieti, Marco Napoleone, commenta la sentenza del tribunale teatino che lo ha condannato in primo grado a restituire all’Ateneo oltre 1 milione e 200 mila euro, somme che avrebbe percepito illecitamente per il ruolo che ha ricoperto.

La sentenza del giudice Laura Ciarcia non ha però sorpreso Napoleone che, con i suoi avvocati Pierluigi Pennetta e Franco Sabatini, a marzo scorso aveva chiesto la ricusazione del giudice per incompatibilità. 

Napoleone ha ricoperto l’incarico di direttore generale dell’ateneo teatino-pescarese dal 2005 al 2011. Il 26 settembre 2011, all’improvviso il consiglio d’amministrazione dell’ateneo deliberò l’estromissione immediata del direttore generale, senza neanche preavviso. 

Un fulmine a ciel sereno, motivato dal fatto che il contratto di Napoleone con l’istituzione universitaria non era più valido perché non aveva avuto l’avallo del cda.

“La richiesta – spiega ad AbruzzoWeb l’ex dg – era stata avanzata perché si tratta dello stesso giudice che ha bocciato il ricorso d’urgenza presentato nel 2011 per essere reintegrato sul posto di lavoro, quando arrivò il decreto che segnava la mia improvvisa  estromissione dall’ateneo”. 

“Allora – continua Napoleone – il giudice bocciò la mia richiesta dicendo che il mio non era un rapporto di lavoro subordinato e dunque non c’erano i presupposti per un reintegro. Adesso, invece, dice esattamente il contrario, ovvero che il mio rapporto di lavoro è di tipo subordinato e per questo motivo il compenso non può superare il tetto di spesa fissato dal Ministero, per cui dovrei ridare indietro le somme percepite in più rispetto allo standard”. 

Su queste basi, il ricorso al tribunale d’appello dell’Aquila è già in via di preparazione. Gli avvocati sono al lavoro per scardinare le tesi sostenute nelle 21 pagine della sentenza. 

Di qui il ricorso prima al giudice civile Camillo Romandini che disse che la vertenza non era materia di sua competenza perché l’attività di lavoro era regolata da un contratto, e poi al giudice del lavoro Laura Ciarcia, che disse che il rapporto di lavoro non era di tipo subordinato e per questo motivo non c’erano i non c’erano i presupposti di reintegro. 

“Questo giudice ha promosso l’incoerenza”, si sfoga l’ex dg che però punta il dito non tanto contro la magistratura ma contro l’ateneo “D’Annunzio”. 

“Mi sono sentito preso in giro dall’università – dice -perché quando ero andato in pensione e mi si era prospettato di continuare a lavorare per la “d’Annunzio” avevo detto che non avrei accettato l’incarico se non a determinate condizioni. Potevano dirmi tranquillamente di starmene a casa. E invece no. In cda c’è stata un osanna nei miei confronti. Salvo poi, dopo quattro anni, a metà del secondo contratto, mi si è venuto a dire che ero abusivo, perché il mio contratto non era ripassato in consiglio d’amministrazione”. 

Un caso molto simile è successo anche per l’attuale direttore generale della “D’Annunzio” Filippo Del Vecchio. Anche nel suo caso il secondo contratto di lavoro stipulato con l’università non era valido a tutti gli effetti perché non aveva avuto il pieno avallo del cda. Solo che per Del Vecchio, dopo che un senatore accademico aveva sollevato il caso e a distanza di oltre un anno dalla firma, non c’è stato alcun problema a riportare il contratto al vaglio del cda. 

Napoleone, dunque, non si arrende e affila le armi per la battaglia giudiziaria davanti alla corte d’appello. Gli rimane però un grosso rammarico: “Se fossi rimasto ancora qualche mese al mio posto in università – dice – sarei riuscito a riportare il rettorato dell’ateneo sul colle. Aveva quasi chiuso l’accordo per spostarlo all’ex ospedale militare”. 

Una soluzione, questa, auspicata e chiesta a gran voce dalla città per rivitalizzare il centro storico.