L’AQUILA – Non solo l’Abruzzo, in buona compagnia con altre regioni italiane, fa grande fatica a spendere i fondi europei della nuova programmazione, ma rischia ora di dover mettere di tasca sua 39,9 milioni di euro del Fondo sociale europeo 2007-2013, che, hanno stabilito i pignoli controllori di Bruxelles, sono stati utilizzati per progetti di formazione professionale e politiche del lavoro affidati alle Province, in modo illegittimo e opaco. Fondi già spesi e che ora l’Europa non trasferirà all’Abruzzo, definendo inoltre più o meno un colabrodo l’intero sistema di controllo dell’utilizzo dei fondi da parte della Regione.
I fatti sono avvenuti nella precedente legislatura di centrodestra, quando era assessore competente Paolo Gatti, e presidente della Regione Gianni Chiodi, e le Province erano ancora nel pieno delle loro funzioni, prima del loro declassamento.
La nuova giunta di centrosinistra ha provato a correre ai ripari, per evitare l’apertura di un pauroso buco di bilancio, approvando a maggio 2015 una delibera che sostanzialmente propone di riavere questi fondi con la nuova programmazione del Piano di azione e coesione (Pac).
Ma per gli esperti di politiche europee e di materie contabili, sembra un disperato tentativo di metterci una pezza a colori. I Pac infatti consentono di usare fondi non spesi in precedenza, non di recuperare fondi non assegnati perché ritenuti da Bruxelles gestiti in modo illegittimo.
Una grana che si aggiunge alle polemiche sulla lentezza con cui si stanno spendendo i fondi delle nuove programmazioni. Come denunciato dalle opposizioni in consiglio regionale in un documento bocciato nel consiglio straordinario sul Masterplan per il sud, i cui si evidenzia che “i fondi europei della programmazione 2014-2020 sono totalmente inutilizzati e che quelli del Fondi Sviluppo e Coesione (Fsc) 2017-2020 rischiano il disimpegno”. Quest’ultima misura, lo ricordiamo prevede per l’Abruzzo 456 milioni di euro, per viabilità provinciale, depurazione delle acque, dissesto idrogeologico, impiantistica sportiva, ed anche per la bonifica del sito di Bussi .
Tornando però al vecchio Fse, questi i passaggi salienti della vicenda.
I primi pesanti dubbi della Commissione europea sono sorti nel febbraio 2012 dopo aver letto il rapporto annuale di controllo da parte dell’autrità di audit, ovvero della Struttura speciale di supporto controllo ispettivo della Regione. Non soddisfacenti sono stati ritenuti i successivi chiarimenti e osservazioni degli uffici regionali.
Tanto che nel febbraio 2013, la Commissione ha comunicato la decisione di interrompere i pagamenti per un importo di ben 140 milioni di euro, con la Decisione della Comunità europea, riportante il codice CCI 2007 IT 052 PO 001.
Sfogliando il lungo report contenuto nella Decisione emergono contestazioni pesantissime.
Ad essere bocciata è infatti l’intera procedura di gestione e controllo con cui la Regione Abruzzo operato nella scorsa programmazione.
Nella Decisione si critica un “sistema di gestione e controllo non in grado di garantire un funzionamento efficace, incidendo sull’affidabilità delle procedure di certificazioni delle spese che la Commissione ritiene connesse a gravi irregolarità”, “l’assenza di procedure formalizzate ed efficaci relative ai controlli”, e “spese non ammissibili e problemi relativi alla Pista di Controllo”.
Sotto accusa cioè i controlli di primo livello, quelli in capo ad un primo dirigente regionale, che ha il compito ad esempio di verificare se quel corso di formazione finanziato con l’Fse si e’ effettivamente in svolgimento, o se l’assunzione incentivata di un giovane apprendista sta procedendo secondo le regole e gli obiettivi prefissati.
Sotto accusa anche il controllo di secondo livello, assegnato ad un secondo dirigente regionale che deve verificare l’operato del primo dirigente.
Si osserva poi che sono stati approvati progetti con “obiettivi e portata non chiari”, privi al momento del consuntivo, di “schede presenza, rapporti di attività, o qualsiasi altro documento atto a provare la loro attuazione”.
Sotto accusa in modo particolare le irregolarità nell’utilizzo dei fondi da parte delle Province, dove si evidenzia anche l’esistenza di beneficiari che hanno risposto ai bando senza i requisiti, come l’iscrizione alla Camera di commercio, la mancanza di progetti chiari e verificabili, privi di relazioni finali, e ancora di beneficiari che “hanno semplicemente dichiarato i costi del proprio personale impiegato per aiutare chi cerca lavoro”, senza specificare i risultati ottenuti, ovvero se tutti questi sforzi hanno creato posti di lavoro anche per i disoccupati.
La Commissione ha addirittura verificato che il tasso di errore sui controlli svolti dalla Regione sulle spese effettuate è stato pari all’83,7 per cento del totale, quando i regolamenti europei ammettono al massimo una percentuale di errore non oltre il 2 per cento.
Nel 2015 la Commissione europea ha per fortuna sbloccato tali somme a patto che la Regione defalcasse dalla richiesta di rimborso delle spese oltre 39,9 milioni di euro, cioè tutte le somme affidate in gestione alle quattro Province abruzzesi, ritenendo che la procedura da loro adottata illegittima, riferendosi in particolare alla mancata separazione fra le attività di gestione e di controllo sulla gestione medesima, risultate affidate ad un unico dirigente provinciale.
Questo ha significato per la Regione, passata intanto al centrosinistra, il rischio concreto di ritrovarsi con una nuova voragine nei conti, visto che i 39,9 milioni che la Commissione ha ribadito di non voler pagare, erano stati già anticipati.
Da qui l’urgenza di metterci una pezza da parte del presidente della Regione Luciano D’Alfonso e dell’assessore al Bilancio Silvio Paolucci.
Nel giugno 2015 è stata approvata la delibera di Giunta 462, avente come oggetto “Approvazione della proposta tecnica e avvio procedure per l’adesione al Piano di Azione Coesione della Regione Abruzzo”.
Nella delibera in sostanza si “spostano” 39,9 milioni di euro, quasi tutti relativi alle somme affidate alle Province bocciati dalla Commissione e “tolti” dalla programmazione 2007-2013 del Fse, nella programmazione dei cosiddetti Piani di azione e coesione (Pac), proponendo di inserire questa somma nel cosiddetto “Secondo pilastro” della terza riprogrammazione dei Pac, denominato “Salvaguardia progetti validi avviati”.
Un tentativo che ha però un punto debole: i Pac sono stati istituiti per “impegnare” e successivamente spendere correttamente i fondi europei che alcune Regioni non sono riusciti ad impegnare in tempo.
Questi 39,9 milioni però non si riferiscono a somme non ancora impegnate, ma a fondi già spesi e rendicontati fino al 2013 alla Commissione Europea.
In secondo luogo la Commissione ha già decretato che tali risorse sono state spese con procedure illegittime. E a rigor di logica appare del tutto improbabile che la stessa Commissione, che ha considerato quelle spese illegittime, e quindi inammissibili al rimborso, improvvisamente le possa considerarle legittime, e trasferirle con i fondi Pac.
La delibera è stata inviata al governo italiano e alla Commissione europea. Ma ad oggi non risulta che siano arrivate risposte.
Un silenzio che non fa presagire nulla di buono per i contribuenti abruzzesi.



