L’AQUILA – “Nel Paese in cui vivo, la Svezia, l’approccio soft e senza lockdown per far fronte all’epidemia di coronavirus, ho l’impressione che si adatti alle condizioni sociali degli autoctoni, in media più ricchi e istruiti, con una quota di single pari al 50 per cento, mentre è poco efficace per gli anziani e le famiglie più povere, per lo più immigrati o di origine straniera, che rappresentano il 25 per cento della popolazione e sono quelli maggiormente colpiti dal virus”.
A raccontare ad Abruzzoweb come la Svezia controcorrente rispetto agli altri paesi sta affrontando l’emergenza covid, è un aquilano, Mauro Angelantoni, 45 anni, e da 12 anni emigrato per lavoro e per amore in Scandinavia.
Si occupa di fotografia per gli interni, dopo essersi fatto le ossa negli anni d’oro della Milano da bere, e collaborando con i nomi del calibro di Mario Testino e Patrick Demarchelier.
Poi 12 anni fa il trasferimento in Svezia, a Stoccolma, dopo aver conosciuto la sua attuale compagna Sofia Cederqvist con cui ha avuto i figli Rocco, 11 anni e Olivia, 7 anni. A L’Aquila però torna ogni anno, in occasione della Perdonanza celestiniana. Suo padre, Mario Angelantoni, per tutti “Peocchio”, è una vecchia gloria del rugby aquilano e per vent’anni è stato poi arbitro di rugby ai massimi livelli. Vive ora in Lombardia e anche lui è stato contagiato dal coronavirus, ma per fortuna in modo lieve, ed è ora guarito.
Una brutto spavento, per il figlio Mauro, per il quale in Svezia la quarantena non ha nulla a che vedere con quella che i cittadini devono subire in madrepatria, come ha anche raccontato in un reportage video.
Ad avere la meglio nel Paese scandinavo, per le non facili scelte del premier Stefan Lofven, è stata la posizione dell’Agenzia di Sanità pubblica diretta dall’epidemiologo Anders Tegnell, fautore dell’immunità di gregge, ovvero dell’esposizione al virus della parte di popolazione più giovane e meno a rischio, allo scopo di costruire un’immunità naturale.
Tegnell è per questo motivio grande nemico delle misure di confinamento sociale che in Svezia sono state applicate in misura molto lieve: non è stato imposto l’isolamento a casa ai suoi cittadini, né rigide politiche di distanziamento sociale. Al contrario, sono state favorite misure volontarie, basate sulla fiducia: agli anziani si è consigliato di evitare contatti sociali, ai lavoratori di svolgere il più possibile i loro compiti da casa. Le scuole per i minori di 16 anni e i confini sono rimasti aperti.
“Con l’inizio della pandemia – conferma a questa testata Angelantoni -, il premier Lofven ha deciso di sposare una linea soft rispetto ai colleghi dei vicini Paesi scandinavi e del resto d’Europa: negozi, palestre, bar e ristoranti aperti, nessuna restrizione agli spostamenti e nessun confinamento a casa. Asili nido, materne e scuole primarie sono rimaste aperte mentre scuole superiori e università hanno chiuso i battenti privilegiando corsi ed esami online. Anche alcune industrie hanno fermato la produzione, come la Volvo, i cui 20mila dipendenti svedesi torneranno al lavoro in questi giorni dopo settimane di chiusura. Inoltre, sono state vietate riunioni ed eventi con più di 50 persone”.
Questo approccio, va però detto, non ha impedito morti e contagi: ufficialmente i casi confermati sono oltre 15.300 e i decessi hanno superato quota 1.700. La comunità scientifica pertanto è molto divisa anche in Svezia sull’efficacia e praticabilità della strategia dell’immunità di gregge.
“Qui ora in tanti contestano il fatto che la strategia del governo si è dimostrata fallimentare per le fasce più deboli della popolazione – spiega Angelantoni -: gli anziani e le famiglie più povere, per lo più immigrati o di origine straniera. Nelle case di cura, si è registrato un alto numero di contagi. Anche in altri Stati in lockdown, i centri per anziani sono stati duramente colpiti, ma l’accusa mossa al governo svedese è di non aver dato indicazioni al personale di queste strutture su come comportarsi per evitare la diffusione della malattia tra i pazienti”.
“L’altro elemento di critica – prosegue l’aquilano in Svezia – riguarda il fatto che il modello svedese si adatta alle condizioni sociali degli autoctoni, in media più ricchi e istruiti, con una quota di single pari al 50 per cento, mentre è poco efficace con la popolazione straniera o di origine straniera, che rappresenta il 25 per cento della popolazione. Gli immigrati provenienti dalla Somalia, dall’Iraq, dalla Siria e dall’Afghanistan sono fortemente sovra-rappresentati tra i decessi legati al Covid-19. Ciò è stato in parte attribuito alla mancanza di informazioni nelle lingue degli immigrati. Ma il fattore più importante sembra essere la densità abitativa in alcuni sobborghi ricchi di immigrati, rafforzata da una più stretta vicinanza fisica tra le generazioni”.
Non è un caso dunque, a confermare la ricostruzione di Angelantoni, che nell’area di Stoccolma, dove vi è una maggiore presenza di immigrati rispetto al resto del Paese, contagi e decessi sono stati più alti, circa un terzo di quelli registrati in tutta la Svezia.
Morale della favola, si fa per dire, perchè favola a lieto fine non lo sarà in nessun caso: “Più della metà delle famiglie svedesi è costituita da una sola persona, il che facilita il distanziamento sociale -commenta Angelantoni -. Più persone lavorano da casa che in qualsiasi altra parte d’Europa e tutti hanno accesso a Internet veloce, che aiuta grandi gruppi di forza lavoro a rimanere produttivi lontano dall’ufficio. Queste caratteristiche potrebbero tornare utili anche nel caso di una seconda ondata di Covid-19. E starebbero già aiutando oggi a far ripartire l’economia più velocemente che altrove. Con buona pace, però, di anziani e immigrati”.
Detto questo, Angelantoni non perde fiducia nel Paese in cui ha deciso di vivere e in chi lo governa, per molti aspetti all’avanguardia in termini di organizzazione sociale e livello del welfare.
“Il mio lavoro da fotografo risente solo in parte dell’emergenza coronavirus, è diminuito di intensità ma allo stesso tempo si lavora più in sicurezza – spiega Angelantoni -. Qui in Svezia semplicemente c’è un modo di vivere diverso, in cui, pur sicuramente con qualche difficoltà di adattamento, mi trovo a mio agio. Stoccolma è una citta meravigliosa e in estate raggiunge il culmine della sua bellezza, con i suoi tramonti incredibili. Per lavoro parlo in inglese e la città ha un taglio internazionale”.
Aggiunge però: “non mi sento di consigliarla a quelli che avrebbero difficoltà ambientali: se amate il caldo e vi terrorizza l’idea di giornate con pochissima luce, allora la Svezia di inverno non fa per voi. Mi sento di consigliarla a chi è dotato di apertura mentale e voglia di mettersi in gioco”.
Un posto nel suo cuore, e non solo, è riservato alla sua città, nel lontanissimo Abruzzo.
“L’Aquila mi manca così tanto che me la sono tatuata sul braccio nella sua totale bellezza. Torno ad agosto, come la tradizione vuole, in occasione della Perdonanza. Spero di poterlo fare anche questa estate”.






