SULMONA – Il Tribunale di Sulmona ha condannato l’ex sindaco ed ex consigliere regionale Bruno Di Masci per il reato di diffamazione nei confronti dell’ex consigliere comunale ed esponente della Lega Roberta Salvati, al pagamento di 900 euro di multa, a sostenere il pagamento delle spese processuali, comprese quelle per la costituzione di parte civile.
L’entità del danno, di natura non patrimoniale, sarà determinata in via equitativa in sede civile.
Lo ha deciso la sentenza del giudice Francesca Pinacchio del 20 febbraio, comunicata alle parti solo lo scorso 10 marzo, ribaltando una precedente sentenza del Giudice di pace del settembre 2023.
La vicenda che coinvolge un esponente politico ancora in piena attività, nel costituire una coalizione del terzo polo in vista delle elezioni comunali di fine maggio, risale al 2018 e ha riguardato l’uso di termini sessisti da parte di Di Masci nei confronti di Salvati, all’epoca dei fatti entrambi consiglieri comunali nel Comune di Sulmona, durante una telefonata, alla presenza di altre persone, ripresa in un video e diffuso su WhatsApp, utilizzando espressioni come “Quella zoccola della Salvati e Dio ci salvi dalla Salvati”.
Il video, arrivato a Roberta Salvati, è stato immediatamente denunciato, portando all’intervento del Giudice di Pace di Sulmona. All’esito del dibattimento, concluso il 12 settembre del 2023, Di Masci è stato assolto perché “il fatto non sussiste”, riconoscendo in favore dell’imputato il “diritto di critica politica”, con termini per quanto discutibili tuttavia utilizzabili nel contesto del dibattito politico.
Ora il Tribunale ha ribaltato quella sentenza, dando ragione a Salvati, assistita dagli avvocati, Tommaso Marchese e Donatello Gentile, mentre a difendere Di Masci è stata l’avvocato Silvia Iafolla.
Per il giudice, si legge nella sentenza, “non può ritenersi critica politica un’espressione platealmente sconveniente e volgare, nonché denigratoria nei confronti di una donna, non trovando giustificazione nella vis polemica invalsa nel confronto politico”.
Il diritto di critica infatti “idoneo a scriminare la condotta di diffamazione presuppone che l’opinione di chi proferisce l’offesa nei confronti dell’avversario sia espressa con argomentazioni, opinioni, valutazioni, apprezzamenti che non degenerino in attacchi personali o in manifestazioni lesive dell’altrui reputazione”.
Quanto alla ritenuta insussistenza dell’elemento oggettivo del reato di diffamazione, il Giudice di pace aveva ritenuto di “non essersi avverato nel caso di specie l’ulteriore presupposto della comunicazione con più persone”. Per il giudice del Tribunale “tale assunto appare contraddittorio essendo alla riunione politica presenti tre persone, che hanno udito il Di Masci pronunciare nel corso di una telefonata la frase incriminata. “tale conversazione videoregistrata e divulgata in rete è stata poi portata a conoscenza della persona offesa che l’ha esibita nel corso del consiglio comunale”.
Il Tribunale ha stabilito poi che non possono essere riconosciute all’imputato le attenuanti richieste ai sensi dell’articolo 62-bis del Codice Penale. Di conseguenza, è stata inflitta una pena di 900 euro di multa, considerando “la concreta offensività della condotta”.
Commenta in una nota Roberta Salvati: “la sentenza sancisce in modo chiaro il principio che il rispetto e la dignità delle persone, in particolare delle donne, devono essere tutelati anche nel contesto della dialettica politica. La mia profonda fiducia nella giustizia è stata ripagata e non posso sfuggire alla considerazione che la presenza sul territorio del Tribunale di Sulmona costituisce un’essenziale presidio di legalità e di garanzia per tutta la comunità. Un ringraziamento particolare va ai miei avvocati, Tommaso Marchese e Donatello Gentile, per il loro impegno e la loro professionalità”.
“Questa sentenza mette un punto ad una vicenda dolorosa che per anni ha causato sofferenza a me e alla mia famiglia. Purtroppo, in questi anni non c’è mai stato un momento di vera consapevolezza da parte di Bruno Di Masci sulla gravità delle sue parole, né sono mai giunte le sue scuse – prosegue Salvati -. Oggi mi sento serena, perché so di aver contribuito, nel mio piccolo, a lanciare un messaggio chiaro: bisogna denunciare le ingiustizie e non bisogna mai accettarle passivamente. La mia battaglia non è stata solo per me stessa, ma per tutte le donne che subiscono offese e discriminazioni”.
Infine, “desidero rendere noto che devolverò parte del risarcimento in beneficenza. Sento di dover trasformare questa esperienza in qualcosa di positivo, in un atto di solidarietà, a sostegno di chi ne ha bisogno. Questa vicenda rappresenta un precedente significativo nel dibattito sui limiti della critica e sulla tutela della dignità personale. La sentenza sottolinea la necessità di mantenere un livello di confronto rispettoso, escludendo l’uso di espressioni ingiuriose e lesive, anche e non solo nei confronti delle donne impegnate in politica”.
In una nota il coordinatore regionale della Lega, Vincenzo D’Incecco, commenta: “Con le motivazioni rese note dal Tribunale di Sulmona si chiude una vicenda molto triste, che desta ancora sdegno e che non finiremo mai di condannare. Nel confronto politico il rispetto verso l’avversario non deve venir mai meno. Il dibattito deve rimanere civile e rispettoso. Alla collega Roberta Salvati torniamo ad esprimere tutta la nostra solidarietà e vicinanza oltre che un ringraziamento per la battaglia che ha condotto in questi anni per sé ma anche per tutte le donne, che subiscono offese, ottenendo giustizia”.





