L’AQUILA – Abruzzo non più isola felice, come per tanti anni si è pensato, in riferimento alle infiltrazioni della malavita organizzata. Anzi, la regione è terra di conquista con strategie precise: la Direzione investigativa antimafia (Dia), nell’ultima relazione semestrale al Parlamento, parla di un accordo tra ‘ndrangheta e mafia siciliana per “spartirsi” Abruzzo e Molise.

Scatta l’allarme tra imprenditori, forze sociali e politica che si coalizzano contro il patto spartitorio. Gli affari che fanno più gola, tra gli altri, gli appalti nella ricostruzione post-terremoto dell’Aquila e di quello del 2016 e 2017 del centro Italia che coinvolge anche l’Abruzzo, e lo spaccio di stupefacenti nelle province di Chieti e Pescara.

Ma non solo: viene sottolineato che per infiltrarsi ci si serve di imprenditori compiacenti.

Il presidente dell’Associazione nazionale piccole e medie industrie edili e manifatturiere (Aniem) della provincia dell’Aquila, l’imprenditore aquilano Danilo Taddei,  intervistato dalla Tgr Abruzzo, auspica “una collaborazione tra magistratura forze dell’ordine e imprenditori per scoprire eventuali illeciti e presenza di infiltrazioni mafiose negli appalti della ricostruzione”.

Della relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) scrive in due lanci l’Agenzia Italia.

Getta acqua sul fuoco dell’allarme Guido Liris, vice sindaco dell’Aquila, anch’egli intervistato dalla Tgr Abruzzo: “L’amministrazione si prende la sua parte di onere nella vigilanza che deve restare alta, comunque in nove anni a dispetto dei fondi miliardari i casi conclamati sono stati pochissimi”.

Nell’allarmante documento gli inquirenti citano più volte l’operazione “Isola Felice”, che un anno fa portò all’arresto di 25 persone e a circa 150 avvisi di garanzia, con un dispiegamento di 200 carabinieri operativi in sei diverse regioni. Tra cui Abruzzo e Molise, appunto, terreno naturale (e di confine) per la criminalità organizzata delle regioni al Sud. Le evidenze investigative emerse con “Isola felice” vengono definite dalla Dia come importanti tessere del mosaico espansionistico della ‘ndrangheta verso regioni “solo all’apparenza meno appetibili”.

 Forte e “operativa” sarebbe la presenza del gruppo Ferrazzo di Mesoraca (Crotone) nelle due Regioni, con il capo ‘ndrina che, prima di essere arrestato, aveva la propria residenza in provincia di Campobasso, e nel Sud dell’Abruzzo (Chieti-Pescara) si era reso promotore di un’organizzazione composta sia dai “suoi” calabresi che dal clan Marchese di Messina.

Un sodalizio tra ‘ndrangheta e mafia siciliana, insomma, per il controllo degli stupefacenti nel Sud dell’Abruzzo – nella zona di Vasto – e per aprire un nuovo fronte nelle due Regioni.

“Le indagini – si legge nella relazione – hanno ben delineato come la cosca Ferrazzo volesse ricompattarsi in Abruzzo, arrivando, appunto, in un’isola felice per rinsaldare le proprie attività criminali”.

I Ferrazzo si erano rafforzati in seguito alla “caduta” del clan Cozzolino, della camorra campana, che era precedentemente egemone in Abruzzo e fu fortemente ridimensionato a seguito dell’operazione “Adriatico”, anch’essa della procura distrettuale antimafia dell’Aquila.

Ma il dato rilevante è che per la prima volta la direzione nazionale parla di un’organica spartizione della “regione verde d’Europa” da parte di associazioni di criminalità organizzata (‘ndrangheta e mafia), che si accordano per un maggiore controllo del territorio.
 
Impossibile non pensare alla ricostruzione dopo i terremoti del 2009 e quelli che sono seguiti in Centro Italia a distanza di poco tempo. Nell’ultima relazione della Dia, nel territorio dell’Abruzzo si segnala la presenza di soggetti riconducibili alla cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo (Reggio Calabria).

In tal senso, Rita Innocenzi della segreteria regionale Cgil alla Tgr Abruzzo, evidenzia che “il nuovo Durc online ha reso più deboli i controlli proprio su infiltrazioni e lavoro nero” e chiede che venga ripristinato quello originario eliminato a fine 2016.

L’efficienza della cosca ha trovato conferma nell’ambito dell’operazione “Buena Ventura” che ha portato all’arresto di 19 affiliati, responsabili di traffico internazionale di stupefacenti, alcuni dei quali individuati a Pescara.

La contiguità geografica dell’Abruzzo con la Campania è tra i principali fattori che hanno favorito le infiltrazioni di clan camorristici, anche attraverso la complicità di imprenditori, interessati ad acquisire i finanziamenti statali per la ricostruzione post-terremoto, e maggiori spazi nei mercati di competenza, come quello ittico.

Sotto il profilo dell’attività di aggressione patrimoniale, sempre secondo la relazione della Dia, la Guardia di Finanza ha eseguito decreti di sequestro preventivo di beni intestati a dei prestanome del clan Mallardo, compresi alcuni immobili situati a Castel di Sangro (L’Aquila).

Non mancano, infine, aggregazioni criminali composte da stranieri e da propaggini di clan napoletani e pugliesi per lo spaccio di sostanze stupefacenti, importate attraverso la rotta adriatica. La Prefettura di Teramo ha emesso un provvedimento interdittivo nei confronti del titolare di una ditta con sede a Martinsicuro (Teramo), che fungeva da prestanome per il clan Contini, per transazioni nel mercato ittico di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno).