L’AQUILA – Un’attesa tranquilla ma poi, dopo verdetto con una condanna e due assoluzioni, il popolo dei Pro Pal ha accolto la sentenza al grido di “vergogna, vergogna” e “Palestina libera”: la Corte d’Assise dell’Aquila (Giuseppe Romano Gargarella, Monica Croci e sei giudici popolari), dunque, ha condannato a cinque anni e mezzo di reclusione Anan Yaeesh, uno dei 3 palestinesi accusati di pianificare attentati dal capoluogo di regione, e dunque in Italia e in Cisgiordania, mentre hanno assolto “per non aver commesso il fatto” gli altri imputati, Ali Saji Ribhi Irar e Mansour Doghmosh.
Il verdetto è arrivato dopo sei ore di camera di consiglio. La motivazione sarà resa nota tra 90 giorni.
L’assoluzione è stata dichiarata alla luce del secondo comma dell’articolo 530, ovvero quando mancano prove o esse sono contraddittorie.
Nel collegio anche il giudice Monica Croci, che ora lavora altrove, ma è stata cooptata per questo giudizio.
Certo il ricorso in appello, già annunciato dalla difesa, ma è probabile anche quello della Procura aquilana.
Nell’aula c’era tensione a fronte di decine di Pro Pal e molti carabinieri a tutela del collegio dopo che lo stesso Gargarella e il pm D’Avòlio sono stati messi sotto scorta.
Il processo si è tenuto in un’aula inedeguata e molti si sono chiesti la ragione per la quale non è stata utilizzata l’aula magna. Le misure di vigilanza sono state notevoli posto che tutti coloro che sono entrati, centinaia di persone, sono state perquisite e sottoposte al vaglio del metal detector creando code all’ingresso.
Il tribunale era blindatissimo visto che in via XX Settembre erano presenti molti mezzi mobili di polizia e carabinieri e a loro supporto anche la polizia municipale. La strada, dopo la sentenza, è stata interdetta al transito per far defluire la folla che era fuori dal palazzo di giustizia in attesa di conoscere la decisione.
I tre, cui era contestata l’associazione a delinquere, avrebbero operato in città da un piccolo appartamento preso in affitto nel capoluogo di regione. Secondo gli investigatori, a vario titolo, facevano proselitismo e pianificavano attentati, anche suicidi, contro obiettivi civili e militari in territorio estero. Uno di questi piani, ad esempio, mirava a colpire un insediamento ebraico.
Le indagini della Digos dell’Aquila e del Servizio per il contrasto al terrorismo internazionale della Direzione centrale della polizia di prevenzione hanno sostenuto la tesi dell’esistenza di una struttura operativa militare denominata Gruppo di Risposta Rapida – Brigate Tulkarem, articolazione delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, riconosciuta quale organizzazione terroristica dall’Unione Europea, che si propone di compiere atti di violenza con finalità di terrorismo anche contro Stati esteri.
Nel corso del dibattimento, la difesa ha contestato l’impianto accusatorio, sostenendo che non sarebbero emersi elementi diretti di atti violenti contro civili attribuibili a Yaeesh e che, per Irar e Doghmosh, le contestazioni si baserebbero soprattutto su chat e conversazioni in lingua araba, di cui i legali mettono in dubbio traduzione e interpretazione, richiamando perizie di parte.






