L’AQUILA – Alla ricorrenza del primo anniversario del sisma, la foto di lei e sua figlia ferite dopo il 6 aprile 2009 era stata riproposta aggiornata come simbolo della speranza e commosse ancora una volta il mondo.

Ma ora la storia di Stefania Faraone e della piccola Sara Luce, 9 anni, rischiano di essere il simbolo del distacco dall’Aquila.

Come sottolinea “mamma coraggio”, lei, suo marito e la loro bambina, che dai mesi successivi al 6 aprile di due anni fa vivono in una casa di proprietà lungo la costa, hanno fatto di tutto per tornare, ma gli ostacoli, non solo burocratici, per ora li hanno fatti desistere.

Rimarranno a Pineto (Teramo), poi chissà. Una decisione presa anche con la piccola che comincia a vivere con più serenità i postumi del terremoto; anche se i genitori evitano di farla fotografare per preservarla da altri traumi.

“Abbiamo tentato di rientrare, ma ci siamo dovuti arrendere – spiega Stefania, che abitava in pieno centro – Mio marito ha attivato le pratiche per costruire una casa, ma ha trovato difficoltà che hanno ritardato il progetto. Volendo fare le cose in regola è più difficile, se sei abusivo tutto è più liscio e rapido. Abbiamo provato ad andare in affitto, ma per una casa in un paese ci hanno chiesto mille euro al mese. A due anni dal terremoto non ci saremmo aspettati questo”.

Le abitudini, in particolare della bimba, sono cambiate: “Lo scorso anno Sara Luce la festa ‘grande’ di compleanno l’ha fatta all’Aquila e quella ‘piccola’ a Pineto, quest’anno è il contrario – spiega Stefania – All’Aquila i contatti sono rimasti con quattro bambini”.

E ancora, lo scorso anno, il 6 aprile la famiglia era all’Aquila alla fiaccolata alle 3.32 del mattino, quest’anno, probabilmente, no: “Se non andremo, accenderemo un candela, come facciamo il 6 di ogni mese – chiarisce ancora – Ma in prospettiva più passa il tempo e meno voglia di tornare c’è. Dopo due anni Sara Luce si è inserita qui e andando via avrà bisogno di reinserirsi, per questo abbiamo deciso di farle fare le Elementari a Pineto, anche perché le prospettive non sono buone per i ragazzi: l’idea che mia figlia vada a passare i pomeriggi al centro commerciale non è certo ideale”.

Il pensiero di Stefania sulla città non è più fiducioso: “Dopo due anni, non avendo modo di vivere i cambiamenti quotidiani, quando torno ho l’impressione di andare in un altro posto. Sento che la città è mia, ma non la riconosco”.