L’AQUILA – È passato un anno dal terribile tsunami ‘figlio’ del terremoto di magnitudo 9.0 che ha colpito il Giappone, provocando la morte di 19 mila persone e il disastro alla centrale nucleare di Fukushima.
Oggi tutto il Paese è rimasto in silenzio, in memoria delle vittime di un disastro che ha letteralmente spazzato via intere città della costa portando, insieme alla morte, anche il dramma delle radiazioni da nucleare.
Il terremoto dell’11 marzo 2011 è stato il più terribile della storia giapponese.
Una storia fatta di cataclismi oggi resi ancora più terribili dagli effetti collaterali della modernità. Perché il Giappone è il Paese più avanzato del mondo dai punti di vista tecnologico e dell’innovazione, ma i grandi vantaggi, per esempio, dell’uso massiccio del nucleare, si sono rivelati di gran lunga inferiori agli effetti da rovescio della medaglia.
Il popolo giapponese si è rialzato, certo, anche grazie all’aiuto della tecnologia, ha messo mano alla leggendaria laboriosità, qualcosa che a volte, agli occhi di un occidentale, può sembrare addirittura schiavitù, ma questa volta la potenza tecnologica non basta. Non può bastare adesso, non nel breve periodo. Servirà molto tempo. Questo i giapponesi lo sanno.
E lo sanno anche i molti italiani che vivono e lavorano lì nel Sol Levante. Gli italiani che non hanno abbandonato il Giappone, che hanno scelto di restare e di non dare peso ai rischi, molto elevati, che si corrono restando in un posto appena colpito da uno tsunami tremendo. In primis, i rischi cui è esposta la salute.
ROBERTO BUSILACCHI, INSEGNANTE A TOKYO

“Sono andato a trovare a Tokyo mio figlio Roberto poco tempo fa – racconta ad AbruzzoWeb Paolo Busilacchi, imprenditore aquilano sposato da anni con una donna giapponese – le luci sono più spente del solito. A mezzanotte, fino a prima dello tnusami, giravo per Shibuya ed era tutto diverso. Si vede che hanno ricostruito, che si sono rimessi in carreggiata, ma 85 mila persone dormono ancora nei palasport. La gente si è organizzata in modo autonomo, questo è l’aspetto che colpisce di più. I giapponesi sanno che i problemi sono cominciati ora. L’economia è in seria difficoltà, in alcuni casi è addirittura ferma”.
“Mio figlio è molto triste – continua Busilacchi, che ha anche una figlia che vive e lavora a Singapore – ha perso gli amici dell’università dove si è laureato e per cui insegna italiano. È una persona in lutto come del resto tutti quelli che vivono in Giappone. Che posso dire, la situazione è, ovviamente, ancora drammatica. Centinaia di migliaia di persone sono rimaste sole, altre diverse migliaia mancano ancora all’appello”.
Inutile sottolineare le difficoltà, soprattutto emotive, che una famiglia vive in certi casi, con un figlio che abita lontano in un luogo devastato da uno tsunami, in mezzo alle radiazioni nucleari.
“Con Roberto sono in contatto da un’ora e mezzo dopo il terremoto – spiega Busilacchi – Non ha mai lasciato Tokyo, ci siamo incontrati due giorni a Hong Kong, ad agosto dello scorso anno è tornato per un po’ qui all’Aquila. Sa bene anche lui che non è il primo, né sarà l’ultimo evento catastrofico di quella parte di mondo. Parliamo spesso della situazione dal punto di vista del nucleare, sappiamo che in qualche modo riusciranno a diminuire le centrali nucleari, la voce più importante dell’economia giapponese. È evidente, produce molto di più di quanto in realtà occorra. Credo che ce ne siano troppe. Per adesso, ha ripreso a insegnare di italiano dopo la laurea post-tsunami in sociologia politico-economica. Ma vive con la consapevolezza che si rischia l’olocausto nucleare”.
ARINO DE BERNARDINIS, CHEF A FUJISAWA

Ha voluto rendere omaggio a suo fratello, rimasto a soffrire in Giappone dopo lo tsunami. Lo ha fatto con una lettera ai vertici regionali abruzzesi e al sindaco di Giulianova (Teramo), la città dove lui e suo fratello sono nati e cresciuti.
“Mio fratello Arino, chef di professione – dice Walter De Bernardnis – vive da anni a Fujisawa, nella prefettura di Kanagawa, insieme alla moglie Hiromi Mimura e i suoi due bambini, Sara e Luca. Il pomeriggio dell’11 marzo 2011, dopo la tremenda scossa, è rientrato nella sua abitazione dopo aver fatto 20 chilometri a piedi. La sua storia, come quella di molti altri, è finita sui media nazionali e locali. Il giorno successivo, dopo l’appello dell’imperatore che invitava tutti i giapponesi a riprendere le normali attività lavorative per permettere il funzionamento di tutto il Paese, lui è ritornato sul proprio posto di lavoro”.
“Nei giorni seguenti, dopo i fatti della centrale di Fukushima e nonostante le ambasciate straniere, per prima la Francia e successivamente l’Italia, invitavano i nostri connazionali a rientrare perché il rischio di contaminazione radioattiva era reale – prosegue – Arino ha comunque deciso di rimanere a Fujisawa insieme alla sua famiglia e alla famiglia d’origine della moglie”.
“Non se l’è sentita di abbandonare quella che ormai è la sua seconda casa – spiega il fratello del giuliese residente in Giappone – non ha voluto lasciare i suoi ‘fratelli’ in difficoltà. Vive lì da ormai otto anni, ha girato il mondo, è stato negli Usa, in Inghilterra, in Sud America, ma ormai si è stabilito in Giappone, ha capito e metabolizzato la cultura del posto. È un abruzzese di cui andare fieri, ecco perché ho scelto di scrivere alle istituzioni affinché venga spesa una parola per tutti i nostri corregionali che come mio fratello tengono alto il nome della nostra regione all’estero”.
Anche Arino, come ogni persona che ha compreso sul serio i rischi che si corrono a vivere in Giappone, sa che c’è un mostro all’orizzonte, un evento sismico che i sismologi hanno definito una specie di megasisma paragonabile al Grande Terremoto del Kanto del 1923 con le sue 142 mila vittime.
“Sì, anche mio fratello aspetta il ‘big one’. Ormai è entrato nel clima di profonda consapevolezza che pervade l’anima e il cuore dei giapponesi. Io sono un cultore della letteratura giapponese di Yukio Mishima, però era e resta letteratura. Mio fratello adesso è uno che la impersona. La sua è una scelta che rispetto fino in fondo, ma so bene, li sa anche lui, quali sono i rischi. So che recentemente è stato sottoposto a controlli medici, ne farà ancora. Sta bene, non ci sono segni di radiazioni nel suo organismo. Pensi, la suocera è una reduce dal bombardamento di Hiroshima, la bisnonna vive ancora, avrà un centinaio di anni. Il suocero, invece, è reduce dall’invasione della Manciuria”.
“Il messaggio che arriva da laggiù è chiaro – conclude – i giapponesi sono duri e profondamente rispettosi. La massima offesa per loro è l’offesa che possono arrecarti. Lo spirito millenario dei giapponesi, mio fratello oggi è uno di loro. Ma continua a pagare il canone Rai e l’Ici nella casa che i nostri genitori gli hanno lasciato qui a Giulianova. Tornerà qui a luglio, manca ormai da quattro anni. Almeno, si riposerà un poco”.






