L’AQUILA – “Noi lavoriamo con macchine ad almeno tre metri di profondità sotto il piano stradale, non in atmosfera dove il radon perde la sua concentrazione. Lo studio che vuole smentirci non è attendibile”.

Rispedisce tutto al mittente Gianpaolo Giuliani, ex tecnico dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario distaccato presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, famoso per le presunte previsioni delle scosse sismiche grazie allo studio dell’aumento del gas radon, secondo Giuliani il ‘segnale’ del terremoto, come quella che ha distrutto L’Aquila la notte del 6 aprile 2009.

“Non c’è nessun collegamento tra l’aumento di radon e il verificarsi di terremoti”, la dichiarazione di una dei quattro ricercatori del dipartimento di Scienze fisiche e chimiche e del Centro di eccellenza Cetemps dell’Università dell’Aquila, Natalia De Luca, che insieme ai colleghi Giovanni Pitari, Eleonora Coppari e Piero Di Carlo ha pubblicato uno studio su una rivista scientifica specializzata, la Environmental Earth Sciences, con il titolo originale “Observations and box model analysis of radon-222 in the atmospheric surface layer at L’Aquila, Italy: March 2009 case study”.

“Il radon misurato alla maniera dei quattro ricercatori – dichiara Giuliani ad AbruzzoWeb – non è attendibile perché è in atmosfera e non sotto terra. Misurarlo anche con un radometro ‘a scintilla’ dimostra che le particelle alfa non rappresentano solo ed esclusivamente la radioattività prodotta da quell’elemento: ci sono altri elementi presenti che misurano la stessa radioattività e che si sommano a quella delle particelle alfa del radon 222″.

Giuliani definisce l’uscita della notizia “non bella eticamente. Le loro misure non corrispondono al metodo da noi utilizzato. Dicono che tra il marzo 2004 e lo stesso mese del 2009 c’è stato un calo del 30 per cento del ‘flusso’ di radon, ma è tutto sbagliato. Sulla variazione del radon prodotta dal decadimento dell’uranio, basta che sia superata di tre volte la media del flusso del radon stesso, si parla di una radioattività mille volte superiore e non è possibile misurarla in superficie. Ripeto, il metodo di studio non è conforme al nostro”.

“Non c’è attendibilità neanche nel dichiarare che il radon ha una vita di 5.5 giorni. Su tutte le tabelle degli elementi radioattivi e sul decadimento radioattivo la media è di 3.8 giorni”, conclude Giuliani. (r.s.)