L’AQUILA – “Uno tsunami è almeno mille volte meno probabile di un terremoto ma nell’Adriatico si può verificare, è già successo”.
Lo spiega Christian Del Pinto, geofisico sismologo, referente per l’Abruzzo del Dipartimento Nazionale “Emergenze e prevenzione dai Grandi Rischi” di Fratelli d’Italia, in merito allo sciame sismico in atto nel Mar Adriatico. Dopo la forte scossa di magnitudo 5.6 dello scorso sabato, i sismografi lungo la costa italiana hanno registrato oltre 100 repliche in tre giorni: diverse le scosse di magnitudo superiore a 4. La sequenza, però, non è ancora esaurita e, secondo quanto riferito nei giorni scorsi anche dagli esperti dell’Ingv, potrebbe durare per mesi.
Dopo l'”allarme” scattato nei giorni scorsi con la prima forte scossa, avvertita in buona parte della costa abruzzese e delle regioni confinanti, si è a lungo discusso sulla eventualità che si possa verificare uno tsunami anche se, in questo caso specifico, le condizioni non avrebbero potuto generarlo. A tal proposito, Del Pinto spiega il perché.
“Parliamo di terremoti compressivi, faglie dell’Adriatico ben note, c’è un’ampia letteratura in merito. Se analizziamo i dati, ci sono stati sciami anche in epoche recenti, nel 2013 e nel 2018 ad esempio, quella zona può generare terremoti anche più importanti di questo – spiega Del Pinto – Il meccanismo di queste strutture è appunto ‘compressivo’, c’è qualcosa che spinge la crosta terrestre, la deforma nella spinta, e la spacca. Ed è qui che si origina il terremoto. Il fatto che la crosta terrestre si deformi per compressione, significa che c’è qualcosa che spinge, e si tratta della penisola italiana in rotazione perché ci sono delle dinamiche distensive sulla parte tirrenica, con il Mar Tirreno che si sta oceanizzando ed allargando sempre di più e questa spinta sta chiudendo l’Adriatico fino a quando ne rimarrà appena un lago. Chiaramente parliamo di tempi geologici, quindi molto lunghi. Questo processo, di espansione da una parte e compressione dall’altra, genera i terremoti nell’Adriatico e sull’Appennino, che si frattura per queste dinamiche, anche se la maggior parte dei terremoti sull’Appennino sono distensivi. Quindi si tratta di un effetto: non è l’Adriatico ad influenzare la sismicità degli Appennini”.
Impossibile fare una stima precisa del tempo che ci vorrà per concludere il processo: “Le dinamiche vengono misurate con le carte Gps, quindi vuol dire che abbiamo una serie di punti sul terreno, geolocalizzati dai satelliti e a distanza di tempo si va a vedere questi punti come si sono spostati. Misurando sempre lo stesso punto sono in grado di registrare anche variazioni molto piccole, dando un’informazione della deformazione del suolo”.
È in questo contesto che si inserisce il “rischio” tsunami: “È stato storicamente più volte registrato nel tempo, ce ne sono stati diversi nella storia dell’Adriatico. La letteratura ricorda gli tsunami del 1627 (che colpì Lesina) e soprattutto quello che distrusse Otranto nel 1743 con onde alte 12 metri. L’ultimo, nel 1970, ha colpito più la costa croata che quella italiana. E se una cosa è successa, non si esclude che possa riaccadere. Bisogna però considerare una premessa: per generare uno Tsunami non basta un terremoto. Abbiamo delle strutture compressive che impattando l’una contro l’altra deformano il mare e una parte, durante il terremoto, potrebbe salire e cambiare il profilo del fondale generando un’onda anomala. Per questo però non basta un grado 5 o 6, uno tsunami di una certa importanza nell’Adriatico dovrebbe essere generato da un grado 7. E poi non dovrebbe essere così profondo, dovrebbe essere più superficiale. Quello che abbiamo avvertito a 40 chilometri, di magnitudo contenuta, se anche ha creato degli effetti, sono stati sicuramente contenuti, potrebbe essersi alzato il livello dell’acqua di un centimetro, un cambiamento impercettibile”.
E aggiunge: “Abbiamo l’idea che lo tsunami sia un’onda anomala ma in realtà, e si è visto bene con il terremoto in Indonesia, è una marea che defluisce in tanto tempo. Qui non abbiamo le faglie come quelle del Giappone, che possono arrivare a un grado 9 di terremoto, però un’onda che potrebbe rimanere negli annali storici, così come ci sono rimaste quelle precedenti, si potrebbe manifestare. Va evidenziato anche che la probabilità che si verifichi uno tsunami è di molto inferiore rispetto a un terremoto. Perché per generare lo tsunami non solo si deve verificare un terremoto, ma deve essere anche in un certo modo: elevata magnitudo, piuttosto superficiale, con meccanismi di frattura della sorgente che siano importanti sulla scala verticale, e non soltanto sulle scale orizzontali. Quindi ci devono essere tutta una serie di condizioni, e lo tsunami a questo punto è migliaia di volte meno probabile del terremoto”.
“Noi, come sempre, dobbiamo entrare nell’ottica della prevenzione sismica. Lo tsunami è un fenomeno che si può verificare anche in maniera importante. In Giappone, ad esempio, hanno anche un sistema di boe che si accorgono di piccole variazioni del livello del mare, ed è normale visto che rispetto a noi ci sono dinamiche diverse. Hanno un sistema di allerta tsunami spaventoso, ma parliamo di gradi completamente fuori dalla nostra concezione, per fortuna. Tenendo conto di tutti i nostri dati, però, un 7 può sicuramente essere generato. A livello pratico di prevenzione, con una buona rete di settori sismici, qualsiasi terremoto lo registriamo. Ed è quello che fa la Rete Sismica Nazionale Centralizzata dell’INGV. Nel momento in cui si registra il terremoto e vengono processati anche automaticamente i dati e ne viene registrato uno importante, si può ricorrere ad un software in grado di riprodurre lo scenario tsunami. Questo perché l’onda sismica arriva prima di quella del mare e, anche se hanno un’origine comune, hanno velocità diverse. Quindi c’è tutto il tempo di diramare un allarme e di muoversi”.
“Eventi come quello di sabato scorso devono contribuire a ricordarci quanto sia importante la prevenzione sul territorio, da attuarsi con programmi seri e politiche efficaci. Troppo spesso ci si ricorda di questi eventi solo quando si verificano. Ma la prevenzione, appunto, dev’essere fatta al fine di mitigare gli effetti di un fenomeno imprevedibile in termini di danneggiamento di strutture e conseguente perdita di vite umane”, conclude Del Pinto.
Christian del Pinto, Dottore in Fisica, Dottore di Ricerca in Sismologia, Geofisico, Sismologo, Vulcanologo, membro dell’International Seismic Safety Organization (ISSO), Referente per l’Abruzzo del Dipartimento Nazionale “Emergenze e prevenzione dai Grandi Rischi” di Fratelli d’Italia. Già Responsabile Scientifico del Centro Funzionale di Protezione Civile della Regione Molise dal 2006 al 2013, ha progettato e realizzato la Rete di Monitoraggio Sismico a Scala Regionale del Molise in convenzione con l’INGV, che ha quadruplicato la conoscenza dei locali processi sismogenetici. È stato docente dell’insegnamento integrativo di “Elementi di pericolosità sismica” presso l’Università degli Studi del Molise e Cultore della Materia per l’Insegnamento di “Semiotica ed Analisi del Linguaggio” nell’Università degli Studi di L’Aquila. È attualmente Docente di ruolo presso la Scuola pubblica dove porta avanti programmi di sensibilizzazione alla prevenzione dei rischi naturali e di sviluppo di ambienti virtuali di apprendimento. È infine Postdoctoral Research Assistant presso il Dipartimento di Ingegneria e Scienze dell’Informazione e Matematica dell’Università degli Studi di L’Aquila, nell’ambito di ricerche riguardanti l’Intelligenza Artificiale e il Complex Event Processing applicate all’analisi dei dati sismici.






