L’AQUILA – In queste ore si stanno chiudendo le liste con i nominativi dei candidati, sia per i collegi uninominali che per quelli plurinominali di Camera e Senato.

Entro il 22 agosto tutto deve essere consegnato presso le sedi di Corte d’appello. Come noto, tranne Fratelli d’Italia, che è l’unico partito che aumenterà in maniera esponenziale il numero dei propri parlamentari, tutti gli altri perderanno seggi rispetto alla composizione attuale.

Il più penalizzato sarà certamente il M5s, ma anche il Pd ne perderà parecchi. La Lega dovrebbe invece confermare il numero attuale (forse qualche seggio in più), mentre Forza Italia perderà qualcosa.

Tutto questo sta creando forti spaccature nei partiti, non potendo questi garantire il seggio agli uscenti. La cosa migliore sarebbe stata quella di avere una legge elettorale che garantisse all’elettore di esprimere le preferenze nei collegi plurinominali (in modo tale che gli eletti non li avrebbero scelti i partiti, bensì gli elettori), ma purtroppo così non è, per cui deputati e senatori saranno eletti (per ciò che concerne la quota proporzionale) in ordine decrescente, dal primo al quarto, a seconda di come le liste collocano i candidati sulla scheda elettorale.

E dunque i partiti hanno fatto fuori alcuni a vantaggio di altri. Il Pd ne è l’emblema, sacrificando ad esempio pezzi da novanta come il professor Stefano Ceccanti. Scelte politiche, certo, ma frutto anche dello scellerato taglio dei parlamentari avvenuto per mano di tutti i partiti che, seguendo le follie populiste dei 5 Stelle, si sono auto-castrati.

Da 945 i parlamentari nella prossima legislatura saranno 600, 400 deputati e 200 senatori, di cui quelli eletti in Italia saranno rispettivamente 392 e 196 (8 e 4 all’estero).

Gli italiani saranno pertanto in Europa tra i cittadini meno rappresentati nelle aule parlamentari nazionali: un deputato ogni 151.000 abitanti. La Spagna ne ha uno ogni 133.000, Germania e Francia uno ogni 116.000. La tanto vituperata Ungheria, uno ogni 49.000.

E al Senato la situazione è addirittura ben peggiore. Si pensi che, essendo i senatori eletti su base regionale, nonostante la legge elettorale preveda la soglia di sbarramento del 3% sia alla Camera che al Senato, a Palazzo Madama – per effetto del taglio dei parlamentari – la soglia di sbarramento reale non sarà inferiore al 7-8%, se non di più.  Con gravi ripercussioni sulla rappresentatività democratica.

In un Paese in cui la legge elettorale non prevede nemmeno che il cittadino possa esprimere direttamente le preferenze per i candidati, ridurre il numero dei parlamentari non fa altro che incidere in modo negativo sul principio di rappresentanza. Ma il taglio lo hanno voluto tutti, o quasi. Dunque, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

* Avvocato, giurista e scrittore, autore, tra gli altri, di “Una riforma sbagliata: Dodici motivi per dire no al taglio dei parlamentari”, scritto insieme a Paolo Becchi