L’AQUILA – “Tre mesi dopo il terremoto dell’Aquila contestai l’idea che la ricostruzione dell’Aquila passasse dalle new town, nell’ottica di Milano 2 di Berlusconi. La ricostruzione, al contrario, andava fatta sul modello friulano, per uscire rapidamente dall’emergenza e riportare le competenze a Regioni e soprattutto ai Comuni”.
L’Aquila da ricostruire, per Bruno Tabacci, passa per strade diverse da quelle imboccate.
Intervenuto nella sede comunale di Villa Gioia in una tappa del ‘tour’ dell’ufficializzazione della candidatura alle primarie del centrosinistra con la lista Italia Concreta e per la presentazione del suo ultimo ‘Pensiero libero’, l’onorevole di Api, Bruno Tabacci, ha parlato di fronte alla stampa, affiancato, tra gli altri, dal vice sindaco dell’Aquila Roberto Riga, dal portavoce regionale di Api Bruno Evangelista.
Sulla questione aquilana, Tabacci ha sostanzialmente ribadito quanto già affermato lo scorso maggio durante la campagna elettorale per le amministrative che hanno poi confermato Massimo Cialente, con il quale “i rapporti sono ottimi”, sulla poltrona di sindaco dell’Aquila.
“Puntare alle new town significa sradicare le città – ha affermato Tabacci, ricalcando quanto detto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano proprio all’Aquila durante l’inaugurazione dell’auditorium di Renzo Piano – farlo si è rivelato un errore strategico, perché il rischio era quello di farle diventare dei ghetti. Nel mio piccolo, ci avevo visto lungo. Resto convinto sulla necessità di ricostruire partendo dalle istituzioni locali, non c’è bisogno di affidarsi a esterni”.
“Le vicende abruzzesi – ha continuato – avevano incrociato la fase terminale della crisi della Protezione civile che era diventata un bancomat per gestire attività senza rendere conto. Certo, nell’emergenza, con le vite da salvare, non c’è bisogno di portare la ricevuta. Poi, però, passata l’emergenza, si deve passare alla fase amministrativa e lì c’è bisogno di affidarsi ai primi cittadini, con la Regione che si occupa del coordinamento, non della gestione diretta. Giusto, quindi, fare sforzi in questa direzione”.
Sull’importanza strategica per il turismo della montagna abruzzese citata da Riga, Tabacci ha fatto l’esempio della Valtellina, dove è stato recentemente.
“La manutenzione della montagna va sostenuta, è un fattore strategico per mantenere le aree di pianura. Va fermato lo spopolamento, c’è bisogno di una manutenzione continua, ma con la presenza dell’uomo”.
Tabacci ha ribadito quella che per lui è stata una scelta che ha permesso all’Italia di salvarsi dal baratro.
“Grazie all’ingresso di Mario Monti – ha detto l’assessore al Bilancio del comune di Milano nella giunta Pisapia – l’Italia ha evitato il disastro. Non avevamo neanche i soldi per pagare le tredicesime, grazie a Monti abbiamo riacquistato anche la credibilità perduta”.
“Io non sono un uomo del Pd, o di Sel – ha quindi precisato – tuttavia considero, sulla scorta dell’esperienza milanese con Pisapia, la possibilità che l’Italia possa essere govertanata da un centrosinistra operoso, non rissoso come quello che nel ’98 sfiduciò RomanoProdi“.
Un ricordo anche sull’onorevole abruzzese Remo Gaspari.
“Con lui ho condiviso la ricostruzione della Valtellina – ha raccontato – il mio legame con l’Abruzzo risale a quella esperienza. Gaspari è stato uno degli uomini politici più importanti di questa regione. Raro trovare qualcuno con la sua completezza di letture delle cose dello Stato. Pochi anni fa, volle farmi incontrare i suoi concittadini a Gissi, c’era tutta la cittadinanza che si accalcava nella sala. Una volta gli fu contestato l’uso di un elicottero, per capire come siamo messi basta vedere ciò che fanno i Luigi Lusi, i Franco Fiorito. Io restai fuori dal parlamento per sette anni quando fu coinvolto in Tangentopoli, lasciando tutto quando mi arrivò l’avviso di garanzia. Oggi, ‘questi’ prendono condanne e si permettono di spaccare il capello in quattordici”.
Due parole anche sulle lotte interne nel centrosinistra.
“Ero amico del padre di Matteo Renzi – ha svelato Tabacci – penso che alle primarie debbano partecipare anche i padri, non solo i figli”.
“L’unica scuola che riconosco è la Democrazia Cristiana – ha concluso – i miei unici maestri sono democratici cristiani. Non mi stupisco dell’anti-politica che viviamo, vista la mediocrità della classe dirigente. Nulla a che vedere con i migliori eletti nella Prima Repubblica”.




