PESCARA – Doccia fredda per la Asl di Pescara condannata dalla Corte d’appello al risarcimento di 50 mila euro, più spese di giudizio, di una ex dipendente di Chieti che aveva lavorato per cinque anni come infermiera con contratti a tempo determinato in attesa di essere assunta, cosa che però non si è mai verificata.
In primo grado le istanze della dipendente erano state respinte dal giudice del lavoro del Tribunale di Pescara Carmine Maffei, ma in appello, su ricorso curato dall’avvocato Cristina Di Renzo del Foro di Chieti, la decisione è stata completamente rovesciata.
L’infermiera teatina ha deciso di far valere i propri diritti appellandosi ai principi guida fissati dalla Corte di Giustizia delle Comunità europee, che ha stabilito che, in ipotesi di contratti a termine anomali o successione anomale dei contratti nel settore pubblico,sussiste l’obbligo della pubblica amministrazione di risarcire i danni.
La ragazza, infatti, era stata assunta con una successione di ben cinque contratti a termine, oltre le suddette proroghe, fino a coprire un arco temporale complessivo di quasi cinque anni, dal 2005 al 2011.
L’avvocato ha dimostrato che il continuo ricorso alle diverse assunzioni a tempo determinato è avvenuto senza che sussistesse una effettiva esigenza organizzativa giustificasse questo tipo di contratto, ma attraverso l’impiego di formule generiche e stereotipate prive di qualsiasi riferimento alle ragioni dell’assunzione a termine.
“È stato riconosciuto – ha commentato l’avvocato Di Renzo – l’abuso dell’azienda sanitaria nell’impiegare la dipendente con assunzioni temporanee, perché in realtà dette assunzioni erano destinate a soddisfare esigenze tutt’altro che temporanee ed eccezionali, bensì permanenti ed istituzionali, attuando una precisa volontà elusiva di un’ordinaria assunzione a tempo indeterminato”.
“Secondo la Corte – ha detto ancora il difensore – il risarcimento dei danni svolge anche la funzione di sanzionare l’operato illegittimo dell’azienda e di dissuadere la dirigenza dal perseverare nell’impiego di questa tipologia contrattuale”.
La sentenza della Corte d’appello potrebbe provocare un susseguirsi di sentenze gemelle per altri ex dipendenti che si sono trovati nella stessa situazione dell’infermiera teatina.



