L’AQUILA – Cresce l’indignazione per l’ultima sentenza choc nell’ambito dei processi civili per i decessi nel sisma dell’Aquila del 6 aprile 2009 dopo che la Corte d’Appello dell’Aquila (presidente Francesco Filocamo, consiglieri Silvia Fabrizio e Marco Bartoli), in sede civile, ha confermato il pronunciamento di primo grado del 2022 che aveva scagionato la presidenza del Consiglio dei ministri da ogni responsabilità per la morte di sette studenti in vari crolli nel terremoto di circa 15 anni fa. Anzi, i familiari delle giovani vittime non solo non avranno nessun risarcimento avendo assunto una “condotta incauta” ma dovranno anche pagarsi le spese legali, quasi 14mila euro.
Una sentenza ”vergognosa”, come la definisce Carmelo Finocchiaro, presidente di Confedercontribuenti.
Il Pd L’Aquila, in una nota a firma del segretario Nello Avellani e del responsabile “politiche sociali e rapporti con le associazioni”, Alessandro Tettamanti, parla di una sentenza che “disorienta e sconcerta, riaprendo dolorose ferite e aggiungendo dolore al dolore per chi la notte del 6 aprile 2009 ha perso i propri cari”.
“Volendo usare un eufemismo, qualcosa non torna in questa sentenza – sottolinea Finocchiaro – La Corte d’Appello afferma che la Commissione Grandi Rischi e la Protezione Civile avevano diffuso comunicazioni rassicuranti sullo sciame sismico in atto, e poi subito dopo accusa i ragazzi morti di ‘comportamento incauto’, perché avevano dato retta a quelle comunicazioni rassicuranti”.
Secondo i giudici, le cause sono da ricercare nelle decisioni dei ragazzi assolvendo da ogni colpa, come in primo grado, la Commissione Grandi Rischi che si era riunita all’Aquila il 31 marzo del 2009, cinque giorni prima del tragico sisma, lanciando falsi messaggi rassicuranti: su questa vicenda, dopo il sisma il Tribunale dell’Aquila aveva condannato a sei anni i sette scienziati che aveva partecipato alla riunione, assolti poi in appello ad eccezione di Bernardo De Bernardinis, vice capo della protezione civile, la cui condanna a due anni è stata confermata dalla Cassazione. De Benardinis che aveva presieduto la riunione al posto dell’allora capo della protezione civile nazionale, Guido Bertolaso, aveva inviato, subito dopo la riunione messaggi rassicuranti che avrebbero indotto gli aquilani a non prendere le misure tradizionali, tra cui uscire di casa dopo una scossa.
Il ricorso in appello era stato proposto dai parenti dei giovani studenti deceduti: Nicola Bianchi, Ivana Lannutti, Enza Terzini, Michele Strazzella, Daniela Bortoletti, Sara Persichitti, Tonino Colonna. E’ probabile il ricorso in cassazione contro il pronunciamento della Corte di appello dell’Aquila.
“I giudici – prosegue Finocchiaro, – affermano che non c’è la prova del fatto che quelle specifiche rassicurazioni abbiano indotto gli studenti a restare nelle proprie case, e mettono in dubbio addirittura che i ragazzi fossero venuti a conoscenza della riunione che la Commissione Grandi Rischi aveva avuto
qualche giorno prima. La Corte però dimentica che la Cassazione ha confermato la condanna a due anni di Bernardo de Bernardis, allora vicecapo della Protezione Civile. E non considera che quella riunione ha indotto diverse Autorità a diffondere messaggi rassicuranti nelle ore che hanno preceduta la scossa letale”.
La parte più clamorosa della sentenza, per Finocchiaro, è quella che fa riferimento alle vicende di Nicola Bianchi, il ragazzo che avrebbe dovuto sostenere un esame il giorno dopo.
“I giudici – spiega – ricordano che uscì in strada dopo la scossa delle 22.48. E questa sarebbe la prova del fatto che le rassicurazioni della Protezione Civile non l’avrebbero affatto rassicurato. Quella scossa aveva una magnitudo di 3.9, è tanto assurdo che il ragazzo sia uscito in strada terrorizzato?”.
“È inconcepibile che i giudici affermino che gli studenti sono morti nel terremoto dell’Aquila per colpa di un loro comportamento, visto che hanno deciso ‘deliberatamente’ di restare nelle proprie case. La Corte d’Appello sembra travisare completamente i fatti, tanto che a questo punto riteniamo possano essere chiamati a rispondere per i danni che causano con questa sentenza. Confedercontribuenti agirà per far riconoscere la responsabilità civile di questi magistrati, perché lo Stato deve alle famiglie corrispondere il giusto risarcimento ai familiari delle vittime – conclude Finocchiaro – Si tratta chiaramente di un risarcimento prima di tutto morale, nessuna somma di denaro servirà mai a sanare le ferite che ha lasciato quella notte”.
E il Pd rimarca: “In pratica i giudici della Corte d’Appello attribuiscono un ‘comportamento incauto’ ai ragazzi rimasti la notta tra il 5 e il 6 aprile nelle loro abitazioni, come se in quei giorni avessero avuto degli elementi per poter valutare il rischio e quindi prevedere l’alta possibilità di un terremoto. Nessun autorità scientifica o politica invece, diede al tempo elementi che spingessero la popolazione ad uscire di casa. Non vi fu infatti nessuna ordinanza in tal senso, né tantomeno furono messe a disposizione della cittadinanza possibilità materiali alternative alle proprie abitazioni”.
“Non era necessario dunque aver ricevuto il messaggio ‘rassicurazionista’ dell’allora vice Capo della Protezione Civile De Bernardinis – che nel giorno della Commissione grandi rischi a cui partecipò il 30 marzo 2009 escludeva la possibilità di un terremoto – per decidere di restare a casa. Affinché le abitazioni fossero evacuate sarebbe stato necessario, da parte delle autorità, dare attivamente un allarme, che però non diedero affatto. Per questo la stragrande maggioranza delle persone quella notte non hanno, legittimamente, quanto tragicamente, adottato comportamenti diversi da quelli usuali. Riteniamo dunque non si possa attribuire in alcun modo una “condotta incauta” ai cittadini e le cittadine, tantomeno ai giovani studenti fuori sede oggetto della sentenza in questione”.
“Sembra altresì che la sentenza che ha condannato la Commissione Grandi Rischi nelle persona di De Bernardinis, venga utilizzata ora erroneamente per affermare che, se non si fu da lui rassicurati, allora si sarebbe dovuto provvedere a mettersi in salvo. Un assunto inaccettabile, la verità è un’altra: anche senza che si dimostri il cosiddetto nesso causale della rassicurazione, non può esserci mai una ‘condotta incauta”. Le vittime non hanno colpe. Per questo siamo sempre stati e saremo sempre al fianco dei parenti delle vittime nel chiedere il risarcimento dei danni”, conclude il Pd.
Per Silvia Tauro, presidente di Legambiente Abruzzo, e Stefano Ciafani, presidente di Legambiente: “Ancora una volta, come già accaduto nel 2022, la sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila, che confermando il pronunciamento di primo grado, non solo nega il risarcimento alle parti civili ma addirittura le condanna al pagamento delle spese legali, sottolineando ‘la condotta incauta’ delle vittime, ci colpisce in maniera dolorosa”.
“Pur nel rispetto della magistratura e nella consapevolezza del complesso rapporto tra Diritto e Scienza – sottolineano -, due anni dopo continuiamo a ripetere che non si può in nessun modo attribuire ai singoli individui la responsabilità di una valutazione oggettiva e certa di rischi e conseguenze. Ancora una volta la sentenza colpisce le vittime, i loro famigliari e tutta la città e quanti hanno ancora negli occhi e nelle orecchie il dolore di quei giorni, insieme al coraggio degli aquilani e di quanti, come studenti e studentesse, erano in città in quelle ore”.
“Oggi più che mai la gestione delle emergenze richiede un rapporto di fiducia e reciproca collaborazione tra lo Stato e la società civile, e tale rapporto non può essere minato alla base, continuando a lasciare soli i cittadini davanti a responsabilità, lo ribadiamo, irricevibili. Come ricordato ad aprile, a 15 anni esatti dal terremoto, il rilancio del cratere aquilano post sisma passa ancora senza dubbio dalla ricostruzione, vero e proprio fulcro ad oggi di tutto il sistema economico del territorio. Ma la ricostruzione fisica da sola non basta e, mentre per alcuni quartieri e frazioni siamo ancora lontani dal ritorno alla normalità, è centrale che la cittadinanza, soprattutto con i più giovani, si senta davvero coinvolta in questo processo materiale e sociale, e questo non può avvenire, se ci si sente ‘colpevolizzati’ dalle istituzioni”.
Legambiente, continuano, “anche grazie al Circolo Legambiente Abruzzo Beni Culturali nato proprio nel 2009, e dal 2020 costituito come gruppo di Protezione Civile ‘Rita Tiberi’, inserito nella Colonna mobile della Regione Abruzzo, in questi anni ha cercato di essere presidio e punto di riferimento continuando ad occuparsi sì del recupero, la catalogazione e la messa in sicurezza delle opere d’arte di tematiche, ma soprattutto dando sempre voce ai temi ambientali e sociali, per continuare non solo a vigilare sulla ricostruzione in atto, ma anche per cercare di contribuire a mantenere lo spirito identitario e la rete sociale necessaria a non disperdere il senso di comunità, che oggi hanno anche portato al riconoscimento de L’Aquila come Capitale italiana della Cultura 2026, proprio in virtù del percorso realizzato dalla città tutta e del suo ruolo centrale rispetto al territorio”.
“Gli sforzi di chi in qualsiasi modo, dalle istituzioni alla società civile, ha contribuito alla rinascita della città, non possono continuare ad essere gravati da pesi e ombre come quelli affermati dalla sentenza della Corte d’Appello. Come Legambiente Abruzzo abbiamo scelto di far parte del sistema di gestione delle emergenze consapevoli proprio di quanto fatto su questo territorio e della centralità della giusta prevenzione, e crediamo che strumenti e strategie vadano condivisi con la cittadinanza ma nella piena consapevolezza che ai singoli non può e non deve essere chiesto di sostituirsi allo Stato, proprio per la loro sicurezza e per quella di tutta la comunità”, concludono.






