L’AQUILA – “La condotta incauta è delle istituzioni”. Una città indignata che chiede alla istituzioni di vergognarsi, e così circa 150 persone ieri pomeriggio si sono ritrovate al Parco della memoria, all’Aquila, unite sotto un unico cartello: “Anche io voglio il 30% di responsabilità”.

L’indignazione corre anche sul web, nei bar, nelle strade.

Furono imprudenti a non uscire dopo la seconda scossa in meno di due ore, quella di magnitudo 3.5 che precedette di qualche ora l’evento sismico disastroso delle 3.32. Fu “una condotta incauta trattenersi a dormire” e, quindi, c’è “un concorso di colpa” per alcune delle vittime del terremoto del 6 aprile 2009, morte nel crollo dell’edificio di via Campo di Fossa all’Aquila.

Una bufera sta travolgendo la sentenza firmata dal giudice Monica Croci del Tribunale civile dell’Aquila, arrivata al termine del procedimento avviato dai familiari dei ragazzi morti nel crollo: avevano citato in giudizio i ministeri dell’Interno e delle Infrastrutture, il Comune dell’Aquila e gli eredi del costruttore, ma il Tribunale ha riconosciuto una corresponsabilità delle vittime del 30%, misura di cui verrà decurtato il risarcimento danni stabilito.

Il Tribunale ha condannato i Ministeri per il 15% di responsabilità ciascuno, le eredi del costruttore per il 40% e ha respinto le domande nei confronti del Comune.

Questo il passaggio  che ha provocato la bufera: “E’ fondata l’eccezione di concorso di colpa delle vittime, costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile. Concorso che tenuto conto dell’affidamento che i soggetti poi defunti potevano riporre nella capacità dell’edificio di resistere al sisma per essere lo stesso in cemento armato e rimasto in piedi nel corso dello sciame sismico da mesi in atto, può stimarsi nella misura del 30 per cento. Ne deriva che la responsabilità per ciascun Ministero è del 15 per cento e per il residuo 40 centro in capo agli eredi del costruttore Del Beato”.

Gli eredi delle vittime hanno presentato perizie che attestavano irregolarità in fase di realizzazione dell’immobile e  una “grave negligenza del Genio civile nello svolgimento del proprio compito di vigilanza sull’osservanza delle norme poste dalla legge vigente, in tutte le fasi in cui detta vigilanza era prevista”, e hanno citato in giudizio (per milioni di euro di danni)  ministero dell’Interno e ministero delle Infrastrutture e Trasporti per le responsabilità della Prefettura e del Genio Civile per i mancati controlli durante la costruzione, il Comune dell’Aquila per responsabilità analoghe e le eredi del costruttore Del Beato per le responsabilità in fase di costruzione, della ditta Del Beato Luigi, inattiva da anni.

Una  sentenza, commenta inferocita l’avvocato Maria Grazia Piccinini, di Lanciano, madre di Ilaria Rambaldi, studentessa universitaria di Ingegneria deceduta in via Campo di Fossa che “appare assurda, a voler esser buoni. Scopro, dopo aver atteso quasi 14 anni, che a L’Aquila erano tutti aspiranti…suicidi…”.

“Una vergogna infinita attribuire colpe alle vittime, – continua l’avvocato, che è anche presidente dell’Associazione ‘Ilaria Rambaldi Onlus’- perché significa non conoscere la storia di quel sisma e gli eventi che hanno preceduto il disastro. Una ricostruzione fantasiosa, con concetti precostituiti. Erano le 3.32 dove doveva stare mia figlia, se non a dormire? A L’Aquila, dopo le prime scosse, tutti sono rientrati a casa. Non c’era un allarme, non c’era un campo dove potersi rifugiare, non c’era nulla… Dove sarebbe dovuta andare mia figlia? Inaudito. Ma faremo ricorso”.

L’inchiesta penale era stata stata invece archiviata quasi nell’immediatezza dell’avvio della maxi inchiesta sui crolli (220 quelli definiti) da parte dei pm Alfredo Rossini (ex Procuratore capo) Fabio Picuti e Roberta D’Avolio in quanto i presunti responsabili all’epoca identificati quali indagati, erano deceduti nel corso degli anni.

Nella vicenda civilistica, le famiglie delle vittime sono state difese dall’avvocato Luciano Angelone di Sulmona, i Ministeri dall’Avvocatura dello Stato, il Comune dall’avvocato Domenico De Nardis, le eredi Del Beato dall’avvocato Francesco Camerini, il condominio dall’avvocato Luciano dell’Orso.

Questa sentenza verrà impugnata in Appello dalla famiglia, conferma la mamma-legale di Ilaria. Che ha poi ricordato come dopo le vicende della prima sentenza sulla Grandi Rischi, nella quale ci furono tanti condannati, la vicenda si è esaurita legalmente con la Cassazione che ha condannato nel 2016 a 2 anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni dell’ex vice capo dipartimento della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis.

Nella sentenza della Cassazione si legge che “Esulava dai compiti istituzionali” della commissione Grandi rischi, alla vigilia del terremoto del 6 aprile 2009, “la gestione della comunicazione esterna, affidata in esclusiva all’organo titolare dei compiti di prevenzione”, ovvero alla Protezione civile, mentre l’informazione scientifica non si può imprigionare in una “camicia di forza”.

Non solo: si è trattato di una “scorretta condotta informativa” e una “comunicazione di contenuto inopportunamente e scorrettamente tranquillizzante”, ha finito per indurre “taluni destinatari all’abbandono di consuetudini di comportamento autoprotettivo rivelatosi fatale”.

La conoscenza dell’esito della riunione della Grandi Rischi ha influenzato in modo determinante la decisione di Ilaria Rambaldi di rimanere all’Aquila, e di non fare rientro a Lanciano”, si legge soprattutto nella sentenza di primo grado del tribunale dell’Aquila sulla Grandi Rischi a firma del giudice Marco Billi, riguardo alla posizione di Ilaria Rambaldi, morta nel crollo della casa di via Campo di Fossa. Non solo: nel dispositivo si legge anche che durante le scosse “Ilaria era scesa in strada per qualche minuto” ma che nel complesso era tranquilla e si rifiutò di tornare a casa perchè come hanno ricordato i testimoni “lei rifiutò spiegando che si sentiva comunque tranquilla dopo la riunione del 31.3”, ossia la riunione della Grandi Rischi.

Nella sentenza più avanti si specifica che “È stato accertato infatti che Ilaria aveva molto paura del terremoto, abbandonava immediatamente in luoghi chiusi e che aveva spostato il suo letto sotto una trave per avere una protezione continua anche di notte. In occasione della forte scossa del 30.3 2009 Ilaria dopo essersi istintivamente riparata sotto la scrivania, è immediatamente uscita da casa con la sua amica Valeria ed è rimasta per tutto il pomeriggio all’aperto”.

Ma c’è un altro passaggio decisivo che spiega il comportamento della ragazza: “Quanto concerne il comportamento tenuto dalla vittima dopo aver avuto conoscenza dell’esito della riunione della Commissione Grandi Rischi, si rileva che la decisione di non rientrare al Lanciano venne presa da Ilaria solo dopo aver conosciuto l’esito della riunione della Commissione Grandi Rischi. Ilaria aveva ricevuto il messaggio tranquillizzante secondo il quale la situazione era normale, c’era uno scarico continuo di energia, non ci si dovevano aspettare scorse di tipo distruttivo ed era necessario adattarsi ad una situazione scomoda ma tipica di una zona sismica e scelse di non seguire la madre a Lanciano ma di rimanere all’Aquila” .

Commenta la sentenza anche  Vincenzo Vittorini dell’associazione ‘309 martiri dell’Aquila’,

“Si dice che le sentenze non si devono commentare, ma invece io penso che questa sentenza vada commentata: lascia esterrefatti perché è assurdo imputare una concausa alle vittime, rimaste in casa quando una sentenza passata in giudicato ha acclarato che ci fu una tranquillizzazione della popolazione, con la condanna dell’allora vice capo Dipartimento della Protezione civile”.

“È assurdo, scandaloso”, continua Vittorini che nel sisma dell’Aquila ha perso moglie e figlia, sottolineando che “le vicende giudiziarie su quanto accaduto prima del terremoto non hanno portato né verità né giustizia e questo offende tutti”.

“Si tratta di ragazzi – continua facendo riferimento alle vittime nel crollo al centro della sentenza – che avevano scelto L’Aquila come sede per il loro futuro e questa è una beffa atroce”.

“Una sentenza inaccettabile, non solo per i familiari delle vittime ma anche dal punto di vista giurisprudenziale, ed ‘errata’ nell’interpretare la norma – l’articolo 1227, primo comma, del codice civile – sul ‘concorso colposo del creditore’ che regola in questi casi la riduzione dei risarcimenti”.

Così Antonio de Notaristefani, avvocato civilista e presidente dell’Unione nazionale delle Camere civili, commenta con l’AGI la pronuncia del tribunale civile dell’Aquila che ha riconosciuto un concorso di colpa, pari al 30%, delle vittime del crollo del palazzo di via Campo di Fossa nel capoluogo abruzzese, dove, a seguito del sisma del 6 aprile 2009, morirono 24 persone.

Il giudice dell’Aquila, nella sua sentenza lunga 22 pagine (che le parti potranno impugnare in appello), ha messo in rilievo “una condotta incauta” da parte delle vittime, quale quella di “trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile”.

“Siamo davvero increduli per quello che abbiamo letto sui giornali stamattina – ha detto la professoressa dell’Università dell’Aquila Giusi Pitari, presente alla mobilitazione – Anche io ero a casa quella notte e ho avuto la fortuna di raccontarlo. Anche io voglio quel 30% di colpe. Questa sentenza crea un precedente terribile in una città che ha sofferto, anche alla luce della vicenda della commissione Grandi Rischi”.

“Ho letto la sentenza, non riesco a trovare una motivazione logica – afferma l’avvocato Wania Della Vigna, che ha seguito le vicende dei parenti delle vittime per la Casa dello Studente o altri fabbricati di via Campo di Fossa – Il giudice si contraddice, anche perché condanna enti e parti, ovvero gli imputa l’obbligo di proteggere l’incolumità delle persone”. Di sentenze di risarcimento civile per il sisma 2009, ricorda Della Vigna, ce ne sono state parecchie, ma “in nessuna è mai stato evocato il concorso di colpa”.

 PD ABRUZZO, “GRAVE LA COLPEVOLIZZAZIONE DELLE VITTIME”

“Per la vergognosa sentenza di ieri che “colpevolizza” le vittime del terremoto non dovremo mai smettere di indignarci perché quella sentenza scarica sulle vittime innocenti le responsabilità degli organi che, in quei giorni, cercava di minimizzare o tranquillizzare la popolazione impaurita.

Piuttosto, dobbiamo conservare la rabbia e la vergogna – che ieri sera abbiamo urlato all’Aquila dal piazzale del Memoriale alle vittime del 6 aprile – senza cedere allo sconforto o all’amarezza che le parole di quel giudice possono generare.

La dignità delle vittime è sacra e nessuno – nemmeno un magistrato – può permettersi di calpestarla.

Continueremo perciò a confidare nella giustizia e nelle decisioni che potranno, dovranno e sapranno ribaltare l’assurda sentenza di ieri.

A maggior ragione, in questa sfida per la giustizia e per il rispetto delle vittime del sisma, lo Stato e le Istituzioni devono essere in prima fila, assumersi le proprie responsabilità e percorrere l’unica strada giusta: difendere i cittadini incolpevoli.

Per questo chiediamo che il Comune dell’Aquila, la Provincia, la Regione Abruzzo e ogni altro Ente che avverta il peso e il valore della posta in gioco, deliberino immediatamente di assumersi tutte le spese legali che dovranno essere sostenute dai parenti delle vittime fino alla fine del giudizio.

Ci sembra questo il modo responsabile e serio per dimostrare, oltre la solidarietà morale, anche il sacrosanto sostegno concreto verso i cittadini, restituendo alle Istituzioni il coraggio e il prestigio che sempre devono rappresentare”.

Così nella nota i consiglieri regionali Silvio Paolucci, Antonio Blasioli, Sandro Mariani. I consiglieri comunali dell’Aquila, Stefania Pezzopane, Stefano Albano, Eva Fascetti, Stefano Palumbo I consiglieri provinciali: Walter Chiappini, Antonella La Gatta. I parlamentari: Luciano D’Alfonso e Michele Fina. E ancora Emanuela Di Giovambattista (segr. PD L’Aquila), e Francesco Piacente (segr. prov. PD)

FIORAVANTI  (LEGA): “DISAPPUNTO E RABBIA”

“Apprendo con estrema indignazione, disappunto e rabbia la sentenza del tribunale civile del capoluogo che punta il dito, per il 30%, contro le vittime del crollo del condominio di Via Campo di Fossa, in quella maledetta notte di aprile del 2009.” Inizia così la nota inviata da Giorgio Fioravanti, familiare di due vittime che hanno perso la vita nel crollo di Via Campo di Fossa, Guido Fioravanti e Franca Ianni, e segretario comunale aquilano della Lega – Salvini Premier. “24 donne e uomini con la colpa, si legge, di essere rimasti in casa a dormire nonostante lo sciame sismico che andava avanti da mesi; è questa l’incredibile interpretazione del Giudice che fa risvegliare, sia nei parenti delle vittime di quel crollo, quale sono anche io, che nella città intera; sensazioni e ricordi che diventano sempre più difficili da accantonare, soprattutto quando siamo costretti ad affrontare situazioni del genere.” prosegue Fioravanti puntando il dito contro il Giudice Monica Croci, redattrice della sentenza.

“Secondo quanto stabilisce la sentenza, dunque, si potrebbe dedurre che le vittime abbiano deliberatamente scelto di perire sotto le macerie poiché, di notte, dopo mesi di scosse, non scelsero di andare a dormire in macchina, in tenda o chissà dove. Follia.”

Qui, poi, l’affondo del Segretario: “E’ una sentenza figlia di un sistema sbagliato, di una giustizia ingiusta che non prova la minima vergogna né rispetto nel calpestare la dignità non solo di famiglie che, dopo 12 anni, soffrono ancora ma anche quella di una città intera.”
“Eppure la mia compagine politica,” prosegue Fioravanti analizzando l’aspetto politico dell’accaduto “insieme con il Partito Radicale, ha provato a sensibilizzare la popolazione italiana sulla improcrastinabile necessità di modificare questo sistema, ma ha fallito a causa di una certa sinistra che ha convinto, con ogni mezzo possibile, gli italiani a rimanere a casa e non andare a votare, a giugno, il referendum sulla Giustizia che, forse, qualche responsabilità ai Giudici l’avrebbe data in caso di errori.”

“Oggi,” conclude Fioravanti “leggo, un po’ ovunque, la sinistra locale, con i soliti comitati schierati, che raccoglie “l’occasione” per rispolverare gli antichi strali contro il Governo del 2009 [qualcuno, incredibilmente, anche contro quello che deve ancora insediarsi] e scagliarsi contro di esso, contro la Protezione Civile, contro quell’amministrazione regionale; puntando il dito contro lo “Stato” non identificandolo in un giudice bensì in un Presidente del Consiglio o similari. Ecco, se oggi, a fronte di una sentenza inqualificabile, dobbiamo puntare il dito, e io sono convinto che sia assolutamente necessario farlo, indirizziamolo, senza ipocrisie e soprattutto senza faziosità, anche verso categorie intoccabili nei confronti delle quali non si è voluto mai mettere in discussione i privilegi. Sarebbe un puro miraggio per questa città anche in queste occasioni”.

PEZZOPANE (PD) “SENTENZA INACCETTABILE”

“Rompo il tabù, questa sentenza la commento. Nella speranza che venga radicalmente rivista. Non si può  accettare, da ogni punto di vista, morale, civile, penale che gli aquilani e tutti quelli che con noi vissero la notte incubo del 6 aprile siano stati degli incauti, sciocchi e stupidi. Secondo quanto deciso dal Tribunale, dopo oltre 13 anni si scopre che L’Aquila sarebbe stata piena di aspiranti suicidi. A migliaia e migliaia rimanemmo a casa, non per suicidarci, ma perché ci avevano raccomandato di stare tranquilli. Stando alla sentenza, quelle vittime dovevano  uscire da casa e la morte è quindi un po’ colpa loro. Ma di quale colpa? Dovevano uscire? Per andare dove? Per quanto tempo? Per una notte?

Per i 4 mesi dello sciame sismico? Io non sono uscita quella notte, avevo paura, ma sono rimasta a casa. Perché  eravamo stati rassicurati. Dopo mesi, solo con la pubblicazione delle intercettazioni di Bertolaso abbiamo saputo che quella riunione della Commissione Grandi rischi a L’Aquila “era tutta una operazione mediatica”. Non si può sostenere che le vittime del terremoto del 6 aprile 2009 sarebbero state responsabili della propria morte. Quei martiri, come migliaia e migliaia di noi erano  in casa, alle 3.32, e da mesi avevamo scosse continue ed in crescendo. Lo stato, attraverso la Protezione civile, lo stesso stato che ha stabilito un 30% di concorso di colpa, ci aveva detto che era bene così, che “stava scaricando energia”.

In questi anni ci hanno detto e ripetuto che il terremoto non si può prevedere, che la commissione grandi rischi non aveva responsabilità, non potevano darci indicazioni precise. Ma invece quelle vittime innocenti dovevano prevedere ciò che la scienza ha escluso di poter fare ?
Il Tribunale  riduce i risarcimenti alle famiglie, perché chi è morto avrebbe concorso a causare la propria morte, per comportamento imprudente.

Se il comportamento è imprudente, allora il terremoto era prevedibile? E perché Giuliani fu denunciato per procurato allarme e andava azzittito come emerse dalle stesse intercettazioni? E perché lo stato venne  a dirci di stare tranquilli a berci “un bel bicchiere di Montepulciano rosso”?
In questi quasi 14 anni è successo di tutto. Ma ancora  nessuno si era permesso di sostenere che gli aquilani avevano avuto un comportamento imprudente, che eravamo in pratica aspiranti suicidi, semplicemente perché abbiamo seguito quanto le autorità nazionali ci avevano invitavano a fare, con tanto di conferenza stampa della Protezione civile. E con tanto di condanna successiva del vice di Bertolaso, De Bernardinis.

Abbiate cura di queste persone, di chi  quella notte è morto e di chi è vivo e piange da oltre 13 anni chi non c’è più. La città, le istituzioni si stringano  attorno alle famiglie. Quella sentenza ci offende, nega l’evidenza dei fatti e fa ricadere su chi non c’è più le responsabilità  dello stato e di chi ha mal costruito. Ancora una volta lo stato assolve lo stato. “.