L’AQUILA – In queste settimane si discute in tutta Italia su come e se utilizzare i locali delle scuole adibiti a mensa per ampliare gli spazi e garantire il distanziamento fisico per prevenire i contagi da coronavirus, quando a breve ricominceranno le lezioni.
Un siffatto problema non si pone nemmeno per il 74 per cento degli edifici scolastici italiani, visto che non sono dotati di servizio mense. Ad attesta un dossier dell’Associazione Open polis,
Nella classifica che di fatto attesta la negazione di un diritto e di un servizio essenziale, l’Abruzzo, si scopre anche è uno delle regioni messe peggio, con appena il 18,1% delle scuole dotate di servizio mensa, e con i piccoli plessi delle aree interne ad essere come altrove maggiormente penalizzate. Dietro in classifica ci sono solo la Basilicata 16,3%, il Molise 13,7%, l’Umbria 13,1%, la Campania 9,6%, e la Sicilia 8,2%.
Mentre invece, riescono a garantire un diffuso servizio la Valle d’Aosta il 70% d , in Toscana il 62,9%, in Friuli-Venezia Giulia il 62,1%, in Piemonte il 61,3%.
Anche qui insomma un’Italia a due velocità su un aspetto non secondario: come ha infatti ricordato l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, “la mensa scolastica si configura come un importante strumento di contrasto delle condizioni di svantaggio socio-economico ma, al contempo, quale strumento educativo, di socializzazione, nonché quale servizio pubblico essenziale per la promozione della salute e di sani stili di vita”.
Il pranzo a scuola costituisce anche la garanzia di un pasto adeguato almeno una volta al giorno per molti giovani che provengono da contesti socio-economici disagiati. Nel 2019 infatti, secondo i dati Istat, erano circa 1 milione e 137mila i minori in condizioni di povertà assoluta.
C’è poi il tema della presenza, o meglio, l’assenza del servizio mensa nelle aree interne.
Nel rapporto si osserva che “queste zone presentano una serie di difficoltà aggiuntive. I servizi sono carenti e le distanze dai comuni polo, baricentrici in termini di servizi, sono elevate. Tra 40 e 75 minuti per chi vive in un comune periferico, più di un’ora e un quarto per chi abita in un comune ultra-periferico. Gli oggettivi svantaggi che affliggono le aree interne hanno portato al loro progressivo abbandono, in particolare da parte delle famiglie con figli”.
“Nelle aree interne i livelli di apprendimento sono generalmente più bassi e c’è un maggiore abbandono – si afferma inoltre -. Da un punto di vista educativo, ci sono poi una serie di criticità specifiche. Tra queste, la difficoltà nell’organizzazione dei sistemi di trasporto, la distribuzione dei plessi scolastici spesso poco funzionale, lo scarso presidio dei dirigenti scolastici e l’alta mobilità dei docenti. Fattori che influiscono negativamente sulla qualità dell’apprendimento”.
Per tutte queste ragioni, nel 2017, il ministero per l’istruzione (Miur) aveva pubblicato la Strategia nazionale per le aree interne che prevedeva la costruzione di nuovi plessi scolastici in zone strategiche ma anche il potenziamento dell’offerta didattica e dell’attrattività di quelli già esistenti. Questo documento, inoltre, individuava proprio nella carenza di mense uno dei principali limiti all’estensione dell’offerta formativa.
Strategia rimasta finora lettera morta.






