L’AQUILA – Una messa in ricordo di Alessandro Orsini è stata celebrata oggi nella appena “tornata” Basilica di San Bernardino, centro storico dell’Aquila.

Un luogo importante com’è del resto importante la figura di uno dei maestri più veri del giornalismo aquilano, scomparso il 9 maggio del 2009 per una malattia stronza, di quelle che più stronze non si può, a distanza di poco più di un mese dal terremoto, stronzo pure lui, che avrebbe cambiato tutto dopo aver distrutto tutto.

Pure quella Basilica che oggi, sei anni dopo, risplende in mezzo ai cantieri attivi della ricostruzione e a quelli ancora promessi, tra le tante bandiere italiane per l’imminente adunata nazionale degli alpini (Alessandro Orsini è stato un alpino).

Gli è piaciuta, ne siamo sicuri, ma siamo altrettanto sicuri che Sandro sta provando un enorme fastidio per la chiusura della storica redazione aquilana del quotidiano Il Messaggero per la quale anche lui ha faticato tanti anni, imponendosi con piglio e penna di gran qualità, una delle firme migliori in assoluto.

Certo è che Orsini, papà del caporedattore di AbruzzoWeb Alberto, che firma anche col “suo” Messaggero, la crisi del giornalismo l’aveva capita con largo anticipo, sveglio e attento com’era, reputandosi con la solita e mai e poi mai stucchevole onestà fortunatissimo per aver vissuto un’epoca d’oro di questo mestiere sempre più misero e disgraziato in una città, L’Aquila, anch’essa felicemente impantanata in quell’epoca d’oro.

Senza alcun dubbio gli fa orrore vedere da lassù in quale oscena strada è finito il giornalismo, cartaceo e multimediale, un  universo incapace ormai di garantire quelle minime certezze necessarie ad una buona riuscita del mestiere e di chi lo pratica, stessa sorte infame toccata ad altri settori e quindi ai lavoratori della società in cui viviamo, quella della precarietà come regola unica e inviolabile.

Fosse ancora presente, saprebbe trovare le lame giuste per scrivere cosa pensa e a quale strada puntare per rimediare alle sbandate.

E la stessa cosa farebbe per dire la sua, con autorevolezza e un’ironia mai banale, sulle macerie sociali che i tanti soldi piovuti nel cratere sismico fino ad oggi  hanno contribuito a provocare anziché a  sanare.

Invece gli tocca godersi una perla della ricostruzione post-sisma come San Bernardino con quel senso di amarezza, che non è affatto il patetico disfattismo all’aquilana, affrontato e modulato, con l’illusione di alleggerirlo attraverso una delle sue battute fulminee.

A Sandro, raggiunto da qualche mese da sua mamma Alessandrina Ianni, a sua moglie Rita, ad Alberto e a al più piccolo di casa Orsini, l’ormai adulto Andrea (che il giornalismo lo ha schivato, puntando sui numeri di una laurea in Economia e Commercio), e a tutto il resto della famiglia, va l’abbraccio della redazione di AbruzzoWeb. Roberto Santilli