AVEZZANO – È stata fssata per il 7 maggio prossimo la prima udienza dibattimentale sulla vicenda Santa Croce, che vede imputato l’ex collaboratore dei Servizi Segreti Pietro Zannoni, che la Procura di Avezzano accusa di essere la causa dei ritardi nella risoluzione della vertenza di lavoro allora in corso.
I fatti risalgono al 2008, a Zannoni che già in passato collaborò a titolo di faccendiere a operazioni di dossieraggio con la Cecoslovacchia, nell’ambito di un progetto finanziario poi abbandonato. La Procura avezzanese contesta a Zannoni di aver fabbricato notizie false e tendenziose atte a turbare l’esito della vertenza in corso.
Zannoni difeso dall’avvocato Pasquale Milo continua a respingere ogni accusa, affermando di essere in grado di dimostrare la sua estraneità oggettiva ai fatti, in quanto le notizie incriminate furono diffuse da utenze alcune non in suo materiale possesso, ed altre non intestate al medesimo. Tra le altre cose che Zannoni ha da rivendicare in sede dibattimentale, anche “il comportamento poco rassicurante e intimidente dell’ispettore di Polizia Pizzo che ha coordinato la fase preliminare delle indagini”, come scrive in una nota.
Zannoni chiederà infatti di ricusare il primo verbale di deposizioni spontanee, rese in qualità di persona informata sui fatti, nel 2008, dal momento che “l’atteggiamento incalzante e diffidente dell’ispettore inquirente, non gli ha permesso di verbalizzare fin da subito la prova più importante, ovvero che l’attuale indagato Pietro Zannoni, era stato derubato delle schede di connesione dati, della postepay e di altri documenti sensibili, tra i quali quelli utilizzati per la commissione dei reati di falso, sostituzione di persona, falso materiale e ideologico ed altri”.
Zannoni intende ricusare le dichiarazioni rese nel primo verbale, “per non essere riuscito a verbalizzare tutta la verità, in una situazione di totale tranquillità come prevede il codice di procedura penale”.
“L’atteggiamento dell’ispettore Pizzo – denuncia Zannoni – mi ha fatto perdere fiducia nell’attività investigativa, poichè non mi è stata garantito un clima di serenità sufficiente a ricostruire i fatti che per di più condizione che deve essere garantita ad ogni convocato che viene sentito,sia in qualità di persona informata sui fatti, che come indagato”.
Di seguito, il testo della copia dell’atto di ricusazione amministrativa contro l’ispettore di Polizia Pizzo inviata da Zannoni al Prefetto dell’Aquila
IL TESTO INTEGRALE DELL’ATTO
Intendo segnalare al suo ufficio di rappresentante dello Stato che è di specifica competenza giuridico-istituzionale per il caso che mi vede coinvolto; un caso di vero e proprio abuso amministrativo, meglio definibile come attegiamento irreprensibile atto a sottrarmi il giusto grado di serenità che tra l’altro è garanzia preliminare del codice penale,sia per le persone informate sui fatti che per gli indagati. Mi riferisco ad un procedimento per falso materiale ed ideologico, in corso ad Avezzano (L’Aquila).
Il titolare dell’inchiesta è il sostituto procuratore Stefano Gallo. L’abuso che intendo segnalare presso il vostro ufficio del Ministero dell’Interno, che come detto è competente per ruolo e materia, è l’Ispettore di Polizia Pizzo, della sezione anticrimine, già nominato per delega a coordinare le indagini preliminari nell’inchiesta che ora mi vede indagato, proprio per non aver detto subito alcune fondamentali cose,necessarie a chiarire fin da subito la mia posizione.
L’abuso di cui parlo (e so bene il valore del teremine che sto pronunciando nei riguardi del dottor Pizzo), riguarda due momenti specifici
dell’indagine e due situazioni particolari.
IL PRIMO ABUSO
Il primo abuso da me risscontrato è avvenuto quando il sottoscritto convocato nel settembre del 2008, presso il Commissariato di San Benedetto
del Tronto (AP) come persona informata sui fatti, non veniva posto nella condizione di poter ricostruire i fatti in modo sereno, perchè
nell’incalzare delle domande,a mio avviso, mancava quel grado di quiete che l’inquirente deve garantire per codice a tutti coloro che vengono
ascoltati, siano essi testimoni,persone informate sui fatti, o indagati.
Non venivo posto quindi nella condizione di poter verbalizzare la verità in tutti i suoi dettagli e nei suoi rilevanti contenuti, non tanto perchè il
dottor Pizzo, avesse un atteggiamento investigativo anomalo o eccessivamente pressante, quanto perchè molto sottilmente finiva sempre
per togliermi la parola di bocca, proprio nel momento in cui avevo da ribadire la verità,che presentava piu’ di un dettaglio retroattivo. Dettagli che da
soli mi avrebbero scagionato, e che avrebbero fin da subito evidenziato che non potevo essere io l’autore di certi misfatti, in quanto al momento
della commissione dei reati il sottoscritto non era in possesso degli stessi.
Per cinque o sei volte l’ispettore Pizzo, mi ha rivolto la stessa domanda per poi all’ultimo minuto, togliermi fiato e parola impedendomi di fatto,
(seppur facendo forza sulla mia timidezza), mettere nero su bianco le risposte giuste che avevo in mente e che lì sono alla fine rimaste. In
altre parole: il dottor Pizzo, mi ripeteva sempre la stessa domanda per poi finire di non verbalizzare quanto io volessi davvero dichiarare. Ovvero
che le schede non erano in mio possesso e che non ero io l’autore di telefonate atte a turbare la vertenza Santa Croce. Pizzo poneva le domande in un modo pretestuoso, che io ho inteso come un modo per stancarmi e farmi verbalizzare non tanto qualcosa di diverso dal reale, quanto qualcosa di piu’ generico,fumoso e non circostanziato, di qanto avessi in realtà da dire. In quel momento se io avessi potuto affermare la verità,sul mio non
possesso delle carte telematiche incriminate e che avevo una anno prima presentato regolare denuncia di smarrimento delle stesse, con inoltro
presso la Telecom della richiesta di disattivazione delle stesse, io a quest’ora non sarei indagato.
IL SECONDO ABUSO
Preso dalla preoccupazione per una sommaria e generica verbalizzazione,che non chiariva i fatti come erano andati e per questo mi sono fin da subito ritrovato indagato, h tentato di contattare l’ispettore Pizzo in Questura,per cercare di integrare quanto già detto, trovando il modo di
darsi un appuntamento e portargli a mano quanto avevo già scritto nelle mie memorie. Per tuta risposta,invece di ricevere da parte dell’Ispettore
Pizzo, un rassicurante consiglio su come portare avanti l’istanza, lo stesso mi rubricava l’azione al capo D dell’accusa, indicando la mia ordinaria e civile azione,come un’azione di disturbo e di intralcio alle i9ndagini. Considero quest’aggiunta del capo D l’unico vero abuso definibile con questo termine in tutta la sua forza e denunciabile presso l’autorità di vigilanza amministrativa,un comportamento che non risponde al codice e intimidisce l’indagato. Da questo episodio io ho perso fiducia nell’attività della polizia, anche per altre inesattezze e indicazioni di parzialità nel reperimento e nella trascrizione di atti e fatti riguardanti la mia persona. Altra iniziativa sospetta, il modo di inquadrare la mia persona. E una serie di inesattezze. Come ad esempio quella riguardante il militare. La piu’ grande inesattezza che si potesse scrivere nel reperimento di fatti personali all’interno di una indagine. Potro’ in una seguente segnalazione far presente alcune gravi imprecisioni,in merito alla ricostruzione di fatti della mia vita, per essere piu’ chiaro. Per ora, spero che questa segnalazione, abbia effetto e possa essere presa in considerazione sul piano strettamente amministrativo. Ho stima del dottor Pizzo e del suo amore per un lavoro che è una missione, questo non toglie che i due abusi subiti non hanno sortito alcun benificio alle indagini.




